Alla fine di questa inutile, ripetitiva e potenzialmente pericolosa tornata elettorale con il 5° Referendum separatista, bocciato dalla stragrande maggioranza dei cittadini, proviamo a fare sintesi con tre articoli che, anche se da approcci diversi, ne rappresentano un’unica chiave di lettura

 

Carlo Rubini

Hanno tentato per cinque volte in quarant’anni di scipparmi con destrezza la MIA cittadinanza estesa a tutto il Comune che rappresenta la MIA comunità che si estende da Ca’ Roman di Pellestrina a Tarù di Trivignano e da Malcontenta a Burano . E per cinque volte non ci sono riusciti. Ma la sofferenza che mi hanno procurato anche questa volta farò fatica a smaltirla. Seminatori d’odio altrochè, capaci solo di es-cludere anzichè in-cludere, di erigere muri anzichè abbatterli. E questa volta con la complicità, per quanto solo in città d’acqua, di certa sinistra chic colta, intellettuale, benestante, malmostosa, perennemente indignata, senza pudore nell’allearsi con il peggio del Venetismo da strapaese; e con l’ancor più grave complicità di intellettuali arroganti che stanno altrove e pontificano sulle colonne dei giornali nazionali che, complici anche loro, concedono a costoro la prima pagina e che invece nulla sanno della città reale, quella che quotidianamente vive in simbiosi tra terra e acqua lungo quel Ponte che da 173 anni ci unisce. E tutti spalleggiati da associazioni e fondazioni culturali prestigiose e tutti insieme obnubilati dal mito di una venezianità stucchevole, improbabile, ferma al 1797. E tutti insieme infine vergognosamente nelle ultime settimane a fare sciaccallaggio senza ritegno sul dramma della marea eccezionale. Hanno cercato di dividere una comunità, ma non l’hanno divisa tra terra e acqua, non ci sono riusciti, riuscendo però a dividerla nel corpo vivo sociale tra vicini di casa, amici, nelle stesse famiglie. A volte mi capita di avere visioni dissonanti con il filosofo di San Tomà, ma questa volta insieme a lui non posso che dire ‘poveretti’.

 

NO!! grazie…

Lorenzo Colovini

In nessuna precedente competizione, politica o amministrativa che fosse, in nessun altro referendum in cui ho preso a cuore il tema (penso per esempio allo sfortunato – per me – referendum costituzionale del 4 dicembre 2016) ho avuto così chiara la percezione che le ragioni stessero da una parte sola. Mai, ripeto, che si sia trattato di votare per un governo, per un Sindaco, per una scelta di carattere civile o anche semplicemente tecnica, ho toccato con mano che c’era una parte giusta da cui stare. Senza se e senza ma. E insieme constatare che la posta in gioco era altissima, seppure ahimè solo in negativo. Nel senso che se andava bene non succedeva nulla se andava male era un disastro.

Fine dell’incubo e ripartiamo. Ripartiamo dalla consapevolezza che aver sventato l’harikiri della separazione non risolve nulla. Quindi (ancora) insieme, ognuno con le sue convinzioni e ricette, a costruire il futuro. Nessun trionfalismo e piedi per terra. E nessuna rivincita da prendere.

Sarà inevitabile, nei prossimi giorni, il rito collettivo della conta di vincitori e vinti. Inevitabile e pure comprensibile. Proviamoci dunque anche noi.

I veri vincitori, senza retorica alcuna, sono i cittadini che hanno dimostrato maturità e buon senso, dimostrandosi in larghissima parte impermeabili a illusioni e promesse inverosimili. Aver fermato la partecipazione a poco più del 21,73% è un dato cla-mo-ro-so. Questo è un ottimo segnale. I vinti, ça va sans dire, sono i referendari, di terra e di mare. Il fatto indiscutibile è che in termini assoluti i SI hanno preso circa 29000 voti (il 14% degli aventi diritto!), lontanissimi da quei 52000 voti circa (ovvero la metà del quorum) che erano matematicamente l’obiettivo minimo per potersi definire almeno i vincitori morali. Asfaltati. Meritano solo un pietoso oblio. Augurandoci tutti che le “scorie” di una guerra inutilmente livorosa si dissolvano presto.

Venendo alla politica stretta, chi sono i vincitori e vinti tra i partiti e i protagonisti presumibili della prossima importantissima campagna elettorale per le Amministrative 2020? Certo tra i primi sta Brugnaro (e il mondo fucsia/FI). Ha da subito trasparentemente invitato all’astensione e ha saggiamente mantenuto un basso profilo, evitando che il referendum si incentrasse sulla sua persona. L’elemento pro/contro Brugnaro, in effetti, non è stato un tema (se non marginalissimo). Un segno di maturità che riconosco volentieri anche ai separatisti. E questo referendum non influirà, né in bene né in male, sulle sue chance nella prossima corsa a Sindaco, che rimangono invariate.

Per quanto riguarda i partiti, ritengo che il discrimine fondamentale è l’aver avuto o meno il coraggio di assumersi la responsabilità di dire la loro posizione, quale che fosse. Un partito è un’entità che come finalità direi costitutiva si propone ai cittadini per governare qualcosa. E dunque non può non avere, e quindi esprimere pubblicamente, un’opinione su una cosetta da niente come il fatto se questo qualcosa debba preferibilmente essere diviso in due parti o no. In questo senso è stato assordante il silenzio della Lega. A margine, molto deludente il tentennamento di Italia Viva che si è letteralmente nascosta. Pessimo segnale per il futuro.

A dir poco ondivago il comportamento del movimento cinquestelle. Dapprima con Sara Visman dichiarava: “siamo un movimento nuovo rispetto al tema, lasceremo libertà di coscienza perché non seguiamo uno schema ideologico”. Ma poi, a sorpresa, il Garante si è espresso per il SI. E allora, colpo di scena: loro, che sono di qui, erano nuovi al tema mentre Grillo lo conosceva così bene da improvvisamente convincerli a posizionarsi. Lascio al lettore che cosa concluderne.

Tra i vincitori certamente anche il PD. Si è schierato ufficialmente, nonostante molte posizioni individuali contrarie al suo interno. Gli fa certamente onore. Non ho condiviso la scelta di demonizzare l’opzione dell’astensione che era con tutta evidenza l’arma più efficace, ma d’altro canto si deve ammettere che il fragoroso 34% tra i voti validi espressosi per il NO (con una partecipazione così bassa sarebbe stato normale che il SI avesse il 95%..) è il segnale che esprimere il rifiuto della ricetta separatista direttamente con il NO non sarebbe stato impossibile. Resta comunque che gli va riconosciuta l’assunzione di responsabilità. Non era facile e ha dimostrato serietà.

Tornando alla società civile, mi permetto infine di citare la nostra Una e Unica che, con risorse ridottissime, è stata di fatto l’unica Associazione di cittadini a rappresentare il fronte unionista. Lo abbiamo fatto cercando di argomentare, di spiegare, di smontare i falsi sillogismi, mettendo la faccia in eventi pubblici, dibattiti televisivi e nei social, facendo volantinaggio in piazza. Con risorse ridottissime e senza che nessuno di noi avesse il minimo interesse personale o ambizione politica. Voglio partecipare il mio grato riconoscimento ai compagni di viaggio, che come e più di me hanno sottratto tempo agli impegni familiari e lavorativi per presidiare un campo altrimenti lasciato libero alla formidabile macchina da guerra dei competitori (da questo punto di vista chapeau), forte di cento Comitati, info point, di un garrulo protagonismo sui social e dell’appoggio dell’intellighenzia salottiera, nostrana e non.

Un pensiero riconoscente e affettuoso a Paolo Cuman, anima inesausta dell’Associazione e a Silvia, Antonio, Gianfranco, Stefano, Giorgio, Franco, Massimo, Carlo, Chiara, Claudio (e tutti gli altri).. è stato un onore e un piacere essere al vostro fianco in questa battaglia civile e di verità.

E uno all’ignoto autore del disegno di copertina, un bambino di Zelarino che nel 1997 così rappresentava la sua città. Sono sicuro che oggi, da adulto, avrà fatto la scelta giusta.

 

Venezia, la visione

La città e la sfida del futuro

Giovanni Montanaro

Venezia, Mestre e Marghera rimangono (per fortuna) un unico Comune. L’ennesimo referendum non ha portato a risultati diversi dal passato. La volontà popolare, già sancita in quattro «No», si è espressa stavolta con una fragorosa astensione. Restano però i gravi problemi del Comune intero, e molti temi di rabbia insulare che il referendum ha detonato. Sarebbe dunque superficiale non registrare un certo trend di aumento del voto dei veneziani della città storica a favore del sì, o liquidarlo come una patetica revanche serenissima o come la rivolta di quella Ztl naturale che è la città senza macchine. Da fuori, infatti, è difficile da capire il disagio profondo di Venezia. Lo sguardo del mondo alterna la commozione per lo scempio dell’acqua alta al sospetto per la città più visibile, quella affaristica. Quel che non si capisce è che Venezia è città unica, ma è anche città come tutte le altre, e vive la drammatica crisi di identità di chi vede i propri ragazzi andarsene, la vita peggiorare: meno opportunità di lavoro, meno possibilità residenziali, meno negozi utili, una battaglia continua anche solo per tenere aperto l’ospedale. Tendenza di molte città, d’arte ma non solo, figlia di trasformazioni specifiche e di tendenze globali (il turboturismo, il commercio online, il declino industriale e di indici demografici dell’Occidente).

Tendenza esasperata a Venezia per la cesura geografica con il seguito di là della laguna. Quel che dice l’esito referendario è che la risposta per Venezia non può essere il rimpicciolimento, il rischio di una parodica Montecarlo adriatica. Che l’unica prospettiva per Venezia è, tutt’ora, la camaleontica incompiuta novecentesca, il grande capoluogo del Nordest, che ha via via perso funzioni e peso politico ma non i guai metropolitani (l’insicurezza di certe zone mestrine, la depressione a macchia di leopardo di Marghera, il delinquenziale garbuglio del Mose). Il referendum ricorda che per rendere migliore anche la Venezia insulare è necessaria la Zls di Marghera, che attrarrà professionalità di qualità. Che per gestire il turismo è inutile guardare San Marco, se poi si aprono colossali strutture ricettive che mordono la stazione di Mestre. Che è indispensabile l’attuazione seria della città metropolitana, che è prioritario il miglioramento logistico della macro-città di fatto che include Padova e Treviso. Ma il comune unito ha bisogno tanto di grandezza quanto di specificità per i suoi territori innegabilmente diversi. Pur nella ruvidezza millenaristica dei giorni referendari, il dato incoraggiante è che gli schieramenti si sono divisi non tanto sulle priorità dei problemi, ma sul metodo di risoluzione più efficace, peraltro ingigantendo il ruolo (limitato) di un comune. Pare chiaro a tutti che c’è necessità di attrarre investimenti, di nuova residenzialità, di una limitazione progressiva del turismo temperata da alternative competitive, di un nuovo rapporto con la laguna. Oggi come non mai, pur con numerose contraddizioni private (la gestione degli immobili dipende anche dalle scelte dei cittadini), i veneziani sembrano uniti nel volere una città diversa. Non è tanto il mantra dello Statuto speciale, la nostalgia canaglia dei soldi facili della Legge Speciale, ma è prima di tutto l’individuazione di alcuni interventi sulla normativa turistica (competenza in primis regionale), su fiscalità e locazioni (competenze in primis statali), insieme a una razionalizzata gestione dei poteri (si pensi al puzzle di chi governa la laguna) e a un miglioramento del rapporto tra insularità e terraferma. Ma non è solo quello; è anche l’orgoglio di una città che, ancora più dai giorni tragici di novembre, ha bisogno di interrogarsi sul proprio futuro. È l’orgoglio di una città che ha deciso, ancora una volta, di provare a essere grande.