In sequenza le ulteriori considerazioni di Lorenzo Colovini sul tema “Referendum separatista”

I “schei”

Quanti denari andrebbero/rimarrebbero all’una e all’altra parte nella gestione ordinaria dei due ipotetici Comuni? Quali e quanti sarebbero i costi di esercizio e i ricavi delle due entità? La questione è oggettivamente scivolosa, difficilissimo orizzontarsi nelle pieghe del bilancio e soprattutto fare ipotesi non campate in aria. Procederemo dunque per macro temi senza pretesa di essere esaustivi e definitivi, cercando con trasparenza di distinguere le certezze dalle valutazioni qualitative.

Il tema schei peraltro ha un’oggettiva difficoltà di rappresentazione (per entrambe le parti, in maniera perfettamente speculare). Due casi paradigmatici: nei media hanno in questi giorni avuto largo spazio le valutazioni fatte dal Comune (valutazioni serissime e attendibili, sia detto) sui due settori più sbilanciati tra le due parti ovvero la tassa rifiuti e il trasporto urbano. Ebbene, per ovvi motivi i costi pro capite della raccolta rifiuti sono molto inferiori in terraferma che nella città d’acqua. A bocce ferme, la separazione comporterebbe un notevole aumento della TARI per chi ha i piedi nell’acqua e un significativo calo della stessa (ovviamente mediamente a testa il beneficio per gli uni sarebbe assai inferiore che l’aggravio per gli altri perché ripartito su una base numerica più ampia). Ebbene, la questione in sé (nel senso di presa isolatamente) costituisce evidentemente un elemento a favore della separazione per chi sta a Mestre e al contrario un fortissimo elemento dissuasivo per chi ha i piedi nell’acqua. Discorso esattamente contrario per quanto riguarda i trasporti urbani: qui si aprirebbe una voragine in Terraferma (nonostante i strombazzatissimi 3,5 milioni di presunti maggiori contributi che verrebbero dalla Regione) e viceversa i proventi della navigazione (grazie al super ticket per i turisti) sarebbero vacche grasse. Idem per la ripartizione della tassa di soggiorno che a oggi cuba più di 30 milioni di euro che per il 70% rimarrebbero tutti a Venezia. Quindi l’argomento in sé è neutro: sulla base della convenienza spicciola individuale, qualsiasi eventuale sbilancio tra le due parti rappresenta una opportunità per gli uni e una minaccia per gli altri. Ripartizione dell’IMU? Gli immobili della Terraferma (dichiarazione dell’Associazione separatista MuoverSI) producono il 70% di tutto il Comune. Esattamente il rapporto tra gli abitanti della stessa e quelli dell’intero comune. Quindi anche qui pari e patta (detto a margine: il fatto che il 70% dell’IMU vada a Mestre viene sbandierato dalla stessa MuoverSi come uno straordinario vantaggio che avrebbero i mestrini dalla separazione mentre ovviamente in rapporto alla popolazione come visto è un dato assolutamente neutro.. tanto per dire).

Volendo tentare un esercizio teorico (ma per quanto sopra sia chiaro che è solo di un’ipotesi di scuola) di vantaggi/svantaggi per gli uni o per gli altri, a occhio (attenzione “a occhio” non voglio spacciare impressioni per certezze) il riparto sarebbe abbastanza equilibrato in termini assoluti (fermo restando enormi differenze tra le diverse poste a bilancio). Il che tendenzialmente giocherebbe a favore di Venezia perché se in termini assoluti si andasse in pari, c’è la questione degli abitanti. Detta brutalmente: se io ho una torta apparecchiata per 260 persone e la divido in due e una metà (ma anche i due terzi) va a 180 persone e l’altra a 80, beh, non è che i 180 fanno un affare. Però avrebbero la TARI più bassa, argomento che per MuoverSi sembra da solo capace ti rilluminare le vetrine di Mestre..

Tutto ciò premesso, il dare/avere complessivo non sarebbe affatto a somma zero (e tanto meno positivo) perché ci sono poste importanti dove entrambe le parti ci rimetterebbero. Ma per questo c’è bisogno di una “puntata” tutta sua. Alla prossima.

Tutti ci perdiamo

Le poste citate nella Ragione 6, come impatto complessivo, grosso modo sono equivalenti: parliamo di cifre tra i 10 e 15 milioni di euro per entrambi. Qui si parla di cifre che ballano dall’una altra parte del Ponte ma c’è almeno un elemento, di analogo ordine di grandezza, per cui la eventuale separazione rappresenterebbe certamente una perdita secca per tutti. Il Casinò. Gli incassi del Casinò (poco sotto i 100 milioni quest’anno), sono dovuti per l’80% a Cà Noghera. Che si troverebbe in territorio dell’eventuale Comune di Mestre, il giorno dopo la promulgazione del Comune dovrebbe chiudere. Il Commissario del Comune (sì, perché si, ci sarebbe il Commissario, non il Sindaco…) chiuderebbe i battenti (pena l’incorrere in un reato penale). La licenza è infatti al Comune di Venezia e non ci sarebbero santi. Questo si ripercuoterebbe mortalmente su tutta la sostenibilità della società del Casinò che ha contratto mutui (che paga con i proventi dell’esercizio) e ha debiti anche cospicui. Esito certo: addio ai 16 milioni (dato di quest’anno, in crescita negli ultimi anni) che il Casinò gira al Comune e 350 posti di lavoro persi!! Esito altamente probabile: fallimento della Società Casinò e enorme pendenza in termini di mutui accesi e dei debiti societari del Casinò che si scarica come una valanga sui due Comuni. Una catastrofe.

I separatisti, nel loro inossidabile ottimismo (ma sarebbe più appropriato un termine meno benevolo), hanno dapprima proposto l’uovo di Colombo: “chiediamo una deroga per tenere aperto”. Sui social abbiamo assistito ad un vero florilegio di amenità: “facciamo fare un decretino, che ci vorrà mai?”. Qui più che di decretino parlerei di cretino… perché l’ipotesi non è assolutamente nel novero delle possibilità: perché mai dovrebbero concedere una deroga a Venezia e non concederla agli altri Casinò d’Italia?  Ancora più comica, è stata citata la partecipazione al Casinò di Malta per dimostrare che nulla osterebbe a tenere aperta Cà Noghera (non spendo una parola per commentare questa sciocchezza).

Qualche separatista più smart, conscio dell’impercorribilità della prima opzione, ha proposto: apriamo una nuova sede al Tronchetto. Ma anche qui siamo nell’ambito dei sogni. Dove? In che tempi? E quanto costa? Considerate che gli standard di sicurezza di un casinò non solo quelli di un normale edificio civile. Costa un casino (anzi un casinò..). Insomma, localizzazione, tempi, costi.. anche questa è un’ipotesi impercorribile. Morale della favola: saremmo tutti più poveri.

Altro tema: il raddoppio dei costi dei biglietti ATCV sulla tratta urbana (che non sarebbe più tale) stradale che collega i due lati del Ponte. Questi sono fatti. Oggi è così. Naturalmente, anche in questo caso si legge di possibili disposizioni speciali che potrebbero modificare la situazione. Ma ancora una volta, siamo nel campo degli auspici e delle speranze. Magari in questo caso anche possibili (al contrario del Decretino del Casinò o del fantasmagorico Statuto Speciale) ma tutte appunto da negoziare e attuare. E… dando cosa in cambio?

In sintesi: l’operazione di scorporo in ipotesi non sarebbe IN OGNI CASO a somma zero (e meno che meno un guadagno complessivo) perché il solo default del Casinò, con annessi e connessi, rappresenta una perdita inemendabile e una sentenza tombale su ogni ipotesi di convenienza per tutti.

A margine, nell’ambito di questa partita in cui si parla di poste di decine di milioni di euro, incuriosisce l’enorme propaganda che la narrazione separatista fa sui risparmi che si avrebbero per le prebende dei rappresentanti politici che, per effetto della totale abolizione delle Municipalità, comporterebbe minori spese per.. 53000 €/anno.  No, non mancano degli zeri: il cavallo di battaglia (continuamente esibito) degli amici separatisti è un risparmio di cinquantatremila € all’anno. Abbiamo fino ad ora parlato di decine di milioni che ballano e costoro parlano di.. decine di migliaia. Tre ordini di grandezza in meno. Eppure continuano a strombazzarlo a destra e a manca. Credo che la dica lunga sulla consapevolezza dei problemi e dei temi sul tavolo. Peraltro, neppure questo risparmio è vero. Infatti i parsimoniosi separatisti si sono limitati al calcolo delle prebende politiche e senza tenere conto del pressoché doppio numero di funzionari direttivi necessari, dell’inevitabile aumento degli impiegati (non raddoppio certo ma certo numerosi sdoppiamenti saranno necessari). Senza contare i casini giganteschi nella ripartizione degli impiegati, il loro trasferimento di sede di lavoro, i contenziosi sindacali.. La stima di maggiori costi di personale è di almeno 2 milioni.

 

Lo Statuto Speciale

È già stato evidenziato come, parlando di soldi e quindi di convenienza spicciola, la narrazione separatista si trova nell’oggettiva difficoltà di rappresentare come conveniente per entrambe le sponde la separazione. Perché in un gioco di convenienza tra due parti è fisiologico che il vantaggio di una delle parti corrisponda allo svantaggio dell’altra. Il win win puoi sostenerlo fino a un certo punto ma se si va su poste di bilancio prese singolarmente è mors tua vita mea. Esattamente stessa difficoltà speculare, ribadiamo, ha un unionista.

In termini di propaganda (legittima sia chiaro) la narrazione separatista deve “vendere” merci diverse all’elettore di terraferma e a quello dall’altra parte del Ponte. Perché al primo si deve trasmettere il messaggio “tutti i soldi vanno a Venezia perché è vecchia, con necessità particolari e costano di più i servizi; qui a Mestre non resta niente”. A quello veneziano l’opposto “tutti i schei vanno a Mestre perché sono di più e al Sindaco conviene elettoralmente far contenti quelli e a Venezia non resta un soldo”. Poiché le due cose non possono essere entrambe vere (potrebbero essere entrambe false, ma non entrambe vere), per uscire dalla intrinseca contraddizione i separatisti tirano fuori il coniglio dal cilindro: non c’è problema di soldi, se li tenga pure tutti Mestre perché con la separazione a Venezia (e solo con quella) ci concederanno uno Statuto Speciale e potremmo trattenere tasse, arriveranno soldi a cappellate ecc. ecc.

Va detto chiaramente: questa dello Statuto Speciale è meno di una flebile speranza. È un prodotto dell’intelletto fecondo di qualche eminenza grigia separatista, un’invenzione assoluta, un pio desiderio, non c’è la minima anticipazione, retroscena o quant’altro da cui evincere una qualche probabilità che il pomposamente definito “strumento di tutela dagli effetti del turismo di massa incontrollato e da interessi economici alieni alla cittadinanza“ veda la luce. Provare per credere: digitate su Google “Statuto Speciale per Venezia”: nessun risultato. Vero che se ne parla da anni, vero che sono stati sprecati carta e inchiostro a fiumi (peraltro anni fa) ma non esiste neppure come lontana opzione. Del resto, la logica porta alla conclusione opposta: Venezia piccolo Comune sarebbe un Comune con poche anime e introiti mostruosi derivati dal turismo. Con questi chiari di luna? Con il Governo alla ricerca di raschiare il fondo del barile gli avanza di dare soldi a noi? Ma se non è stata neppure concessa la ZES (Zona Economica Speciale) per Porto Marghera (una piccola parte di Porto Marghera) che sembrava cosa fatta ed era una cosa infinitesima rispetto a quello che si chiede? Ma se perfino le richieste di autonomia del Veneto (a costo zero per lo Stato!) sono sostanzialmente ignorate? Ma ammettiamo pure per assurdo che lo Stato prenda anche in considerazione una tale forma di eccezionalità di trattamento fiscale (sì, perché di quello in soldoni si tratta) vi pare che lo farebbe per una città così o per aree depresse? Per comuni montani senza strade e servizi o per una città in cui arrivano ogni giorno turisti (a rompere i coglioni certo ma anche a portare soldi) tanti quanti gli abitanti? Forse che Cortina, Portofino, Cesenatico, Viareggio, Courmayeur, Taormina… hanno trattamenti speciali? Vero che Venezia ha esigenze particolari di salvaguardia ma quelle sono statali, gestite dallo Stato e non ha nessun senso presumere che con questa scusa arrivino più denari ai cittadini.

Piccola puntura di spillo: nel corso di un dibattito televisivo in cui sostenevo l’inconsistenza dell’ipotesi, mi è stato obiettato che la facile fattibilità dello Statuto Speciale è dimostrata dal fatto che in passato Venezia è già stata oggetto di attenzioni particolari tramite le numerose Leggi Speciali. Che però, guarda un po’, sono state concesse al Comune unito! E qui casca l’asino: lo Statuto Speciale è in premessa posto come dimostrazione della necessità della separazione e contemporaneamente dimostrato come possibile da una circostanza che contraddice la premessa. Non serve essere Kant per capire il corto circuito logico.

Aggiungerei anche un aspetto di dignità: basare la strategia futura unicamente su un privilegio (perché sia chiaro: questa è la sola proposta programmatica dei separatisti lato Venezia) è quantomeno discutibile. Ancor più se viene da coloro che si autoproclamano eredi morali della grandezza dei nostri antenati che ci hanno consegnato questo po’ po’ di eredità. Quegli stessi antenati che per lasciarci quello che ci hanno lasciato si sono fatti per secoli un culo così (prendo a prestito una battuta non mia).

Non hanno pietito uno Statuto Speciale.

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Perché queste note

Queste note nascono dalla constatazione che un dialogo con i separatisti non è possibile. Perché ogni tentativo di fare informazione seria si vanifica in un estenuante batti e ribatti con considerazioni surreali esposte sovente in modo aggressivo. 

L’ho chiamata “Dieci ragioni per me posson bastare” in omaggio al grande Lucio: una ragione diversa per dieci giorni esposta brevemente (ove possibile) per cui sostengo che la separazione sarebbe sbagliata e anzi una jattura. Per la città d’acqua e per quella di terra.

Anche solo riuscissi a far meditare uno dei lettori, non sarebbe stato sforzo vano. 

Lorenzo Colovini