I fenomeni si stanno ripetendo come mai era successo in questi ultimi decenni. Con una frequenza e con valori medio mare fuori da ogni ragionevole previsione.

Abbiamo scelto due articoli con approcci diversi ma con le stesse finalità

Pierpaolo Baretta

https://www.huffingtonpost.it/entry/venezia-diciamo-basta-prima-che-a-farlo-sia-lacqua_it_5dce78eae4b0d2e79f8aa0a2https://m.huffingtonpost.it/entry/venezia-diciamo-basta-prima-che-a-farlo-sia-lacqua_it_5dce78eae4b0d2e79f8aa0a2

Venezia, diciamo basta prima che a farlo sia l’acqua

In queste ore, in questi giorni, non riesco a distogliere il pensiero dalla mia città. È come se, mentre lavoro, mentre ascolto o parlo con le persone, mentre leggo un documento o mangio… un rumore di fondo, sordo e angosciante, mi accompagnasse ogni momento.

È il rumore del vento, delle onde, del pianto. Quel vento di scirocco che inchioda l’acqua quando vuole uscire, impedendole di defluire, e la spinge con forza quando deve entrare; quelle onde che si accavallano, si agitano e, d’impeto, scavalcano barriere e penetrano impietose nelle case, nei negozi, nelle chiese… nelle ossa.

È il pianto sordo della città che scricchiola e soffoca, quello muto dei veneziani che si sentono impotenti, traditi proprio da quell’acqua, quel mare amico e “sposo”. È il buio cupo e l’umidità ovunque…

Io c’ero nel 1966. Ho vissuto quel giorno – il 4 novembre – e quelli successivi come la fine della verginità. Ovvero come la fine di quella visione ingenua e superficiale che ci accompagnava allegri a sguazzare ogni acqua alta con gli stivaloni, andando o non andando a scuola, salendo il meno possibile sulle passerelle che assicurano il transito all’asciutto; trattando, insomma, il fenomeno come un elemento normale e, in ogni caso, dominato dalla nostra superiorità di umani che governano gli elementi.

Quel giorno no! Il 4 novembre l’acqua, quell’acqua silenziosa anche quando cresce ed esce dai canali e, prima, dai tombini, allaga i campi e le calli… quell’acqua, quel giorno, parlò. E disse lei: basta. Non noi.

Ma, noi, sottovalutammo quel grido. Il moto di solidarietà fu generale e il clima politico che si produsse irripetibile, tanto da consentire di varare, all’unanimità, la legge speciale, singolare prova di lungimiranza legislativa.

Ma poi ricominciarono le polemiche, i particolarismi, gli scandali (o meglio: “lo scandalo”), le “visioni” – o utilitaristiche o astrattamente ideologiche – sul destino di Venezia. E, così, senza farla lunga a ripercorrere la nota storia, siamo arrivati qui, a questi giorni, altrettanto tragici, se non di più.

Di più perché l’acqua alta oltre misura non è più un’eccezione: sì, lo sono i 187 cm accompagnati da un violento scirocco, ma i 120, i 130, i 150 sono sempre più frequenti, anche senza il vento che scuote. Silenziosi come serpenti, si insinuano nella quotidianità, diventando sempre più frequenti. L’esposizione alla salsedine diretta del contatto con l’acqua, non è più, dunque, occasionale, ma reiterata, ripetuta con una frequenza crescente e, quindi, i danni sono più profondi di quanto non appaia a prima vista.

Non ero a Venezia in questi giorni tragici, ma c’ero il sabato e la domenica precedenti e, senza ovviamente immaginare quanto sarebbe accaduto di lì a poche ore, mi colpì quanto era già alta sabato (quando per spostarmi da un posto a un altro, in barca, non si riusciva, come succede in questi casi, a passare sotto i ponti).

Ma, soprattutto, quanto era alta anche domenica, quando ho dovuto aggirare vari punti della città sott’acqua per arrivare al ponte di barche che portava al Cimitero. Non mi colpì, sinceramente la misura dell’acqua (un’altezza non da poco, ma conosciuta), ma la ripetitività del fenomeno a quei livelli, avendo letto che anche nei giorni precedenti l’acqua alta aveva invaso in più punti la città.

La frequenza del fenomeno e l’innalzamento generale dell’acqua fanno pensare che la punta di questi giorni (così vicina a quella del 1966) può essere, sì, eccezionale, ma sempre meno un’eccezione… con conseguenze inimmaginabili. E non solo su Venezia. In questi giorni i problemi e i danni hanno coinvolto le isole, il litorale, Chioggia, sino al Polesine. Tutta un’area larga è coinvolta nel disastro.

Ancor più grande e grave, dunque, è la nostra responsabilità, maggiore è la nostra colpa, di tutti. Diversamente dal 1966, quando Venezia e i veneziani sono stati presi di sorpresa, oggi la sorpresa non c’è. Tutti sappiamo tutto.

Eppure siamo lì – non si capisce più perché – a non decidere, a rinviare. Nemmeno più a discutere o litigare, in verità… solo a rinviare.

Proviamo a dirci basta, proviamo, con umiltà, a dire basta alle polemiche, alle nostre sicumera, alla nostra ignoranza.

C’è un criterio guida? Sì, il criterio è la storia secolare di questa città, che ha saputo unire tutela e vita quotidiana, anche con scelte coraggiose (i murazzi; la deviazione di fiumi) e con rigore applicativo (una magistratura dedicata e indipendente). Guardiamo, dunque, alla nostra storia e impariamo da lì. Non importa più discutere su chi ha ragione sul Mose, importa dirci che, ormai, almeno quello serve e va completato.

Non importa più sapere chi ha ragione sulle grandi navi, ma intanto fermiamo subito il loro passaggio davanti a San Marco; o sui canali da scavare distinguendo, finalmente, tra nuovi scavi, da evitare, e manutenzione degli esistenti da fare. E, fosse pure solo simbolico, ridiamo al Provveditore il fatidico nome di “Magistrato alle acque”, i veneziani capirebbero che si vuole fare sul serio.

Insomma, proviamo davvero, insieme, a dirci basta, prima che a dirlo sia l’acqua.

 

 

Franco Vianello Moro

IL MOSE CHE NON C’E’

Una lunga striscia di picchi di marea come non si erano mai registrati nella storia meteorologica della Laguna.

Però non venite a parlare di cambiamento climatico – o almeno non di quello di cui si parla in questi ultimi anni – come diretta conseguenza.

Al momento è ancora una minaccia, sempre più incombente, ma non ha ancora generato nessun effetto nel bacino del Mediterraneo.

Interessante leggere queste considerazioni del meteorologo Alessio Grosso

http://www.meteolive.it/news/Editoriali/8/la-bufala-di-venezia-sommersa-a-breve-bisogna-dirlo-e-gridarlo-per-forza-/82667/

Perché sono i fenomeni del bradisismo con il pompaggio delle falde acquifere sottostanti lungo i decenni dell’industrializzazione di Marghera, fino ai primi anni ’70 – dal 1950 al 1970 l’abbassamento medio del suolo nell’area veneziana è stato di circa 12 cm. – a contribuire in maniera significativa all’abbassamento del suolo.

E dell’eustatismo secolare – dai tempi dell’ultima mini-glaciazione del ‘700 – che dagli inizi del secolo scorso agli anni ’70, è stato di 9 cm.  Dal 1970 ad oggi l’aumento, osservato anche a Trieste e quindi indipendente da subsidenza locale, è stato di circa 5 cm.

Questi due processi contribuiscono al fenomeno acqua alta e hanno contribuito a far variare nel tempo il livello medio del mare, che attualmente è circa 30 cm (media degli ultimi quindici anni) più alto di quello del 1897 (zero mareografico di Punta Salute).

Nel 2010 è stato raggiunto il valore di 40.1 cm, il più alto mai registrato.

È a partire dalla seconda metà dell’Ottocento che si hanno i primi dati certi sul fenomeno dell’acqua alta a Venezia: nel 1873 viene messo a punto il primo mareografo che, da quel momento in poi, registrerà con regolarità il livello delle acque lagunari.

Ma, sebbene tale fenomeno nei secoli sia stato considerevolmente aggravato dall’intervento umano, esso caratterizza la città fin dall’epoca della sua fondazione.

La “storiografia dell’acqua alta”, infatti, è ancora più antica: risale al VI secolo la prima annotazione delle conseguenze di un’inondazione dell’antico nucleo urbano. Catastrofico, il tono: “non in terra neque in aqua sumus viventes”. Segue, due secoli dopo, il racconto di “tanta abbondanza d’acqua che tutte le isole furono sommerse”, molto simile a quelli successivi che arrivano fino agli inizi del XVIII secolo.

Gianpietro Zucchetta ha pubblicato nel 2000 per la Marsilio “Storia dell’acqua alta a Venezia : dal Medioevo all’Ottocento” con ricchezza di documentazione.

Arriva l’Acqua Granda” del 4 Novembre 1966 e il Mondo si accorge della fragilità di Venezia.

Con lo scirocco a farla da padrone bloccando il deflusso della marea nel corso di 24 ore: due picchi sovrapposti fino all’eccezionale 194.

E da lì una lunga stagione di discussioni che è sfociata prima nella Legge Speciale per Venezia e poi come conseguenza ultima nell’adozione del Progetto MOSE.

Che ha visto scontrarsi tesi e soluzioni contrapposte, con il Comune, retto dall’allora Sindaco Massimo Cacciari, a contrapporsi alle scelte governative (Berlusconi prima, Prodi dopo) e a suggerire un intervento meno invasivo.

Polemiche e dibattiti che non si sono ancora spenti.

Tant’è che nonostante lo stato di avanzamento dei lavori sia arrivato al 93%, con tutti i ritardi indotti dagli interventi della Magistratura a colpire la stagione delle mazzette distribuite all’inner circle della politica locale e nazionale, c’è ancora qualche anima bella che propone di lasciare l’opera così com’è.

Una cattedrale lagunare a dimostrazione della corruttela e dell’insipienza umana.

Della corruttela sicuro, dell’insipienza umana bisognerebbe dimostrarlo.

Perché delle malefatte tangentare del CVN si è detto e scritto tutto il possibile.

Della qualità ingegneristica dell’opera ci sono testimonianze scientifiche e accademiche a livello internazionale a supportarla. Anche se c’è qualche pensatore locale “antagonista in servizio permanente effettivo” che ne ha già decretato il fallimento prima di vederlo all’opera.

Certo manca ancora la fase di collaudo operativo, qualcuno manifesta dubbi e solleva pareri di criticità. Ma bisogna vararla per valutarne appieno prima di tutto l’efficienza.

Per l’efficacia, una volta soddisfatta la funzionalità e l’operatività, non ci sono dubbi: se le paratoie fossero state già pronte ad alzarsi, martedì 12 Novembre non avremmo avuto quel picco spaventoso di 187.

Spaventoso perché si è generato, differentemente dal 1966, solo e soltanto per un contributo di un “miniciclone” locale di vento di Scirocco che ha soffiato furiosamente per meno di 2 ore contribuendo alla risalita della marea prevista già “eccezionale” di 150 per i rimanenti 37 cm.

Il mareografo di Punta della Dogana registra una risalita di 40 cm in 1h 10’!

L’andamento anomalo della tempesta di vento è stata tale per cui a Burano il picco è stato di 155, a Chioggia di 172 e alla diga di S. Nicolò di 195.

C’è altro da aggiungere ad una situazione che richiede decisioni rapide e ragionevolmente efficaci?

Persino Gianfranco Bettin in un suo recente articolo comparso sul Manifesto “Il piagnisteo del Mose che non c’è” sostiene, dopo aver mosso tutte le critiche possibili alle decisioni del passato:

“Ora, che fare del Mose «quasi finito» (e costato finora 5, 3 miliardi, di cui uno circa di tangenti, su una previsione finale di 5,5 ma in crescita, come le maree)? Intanto, se si volesse verificarne l’affidabilità, andrebbero corretti i difetti finora emersi, sempre che sia possibile. Poi, ne andrebbe valutata la funzionalità generale finale, senza far sperimentare ai veneziani, come cavie, l’eventuale messa in funzione «dal vivo». Quindi, ne andrebbe almeno considerato il possibile adeguamento al nuovo quadro climatico e ambientale, mentre certamente andrebbe ripresa l’opera di riequilibrio e rigenerazione dell’ecosistema lagunare.”

Anche il prof. D’Alpaos in questa approfondita intervista https://www.agi.it/cronaca/venezia_mose_acqua_alta-6554809/news/2019-11-15/

in cui mette in evidenza tutte le criticità del progetto MOSE che lui sostiene da anni con forza e con argomenti scientifici altrettanto validi subito all’inizio sostiene “… Però va anche detto che in questo caso se, per ipotesi, avessero chiuso le paratie del Mose i danni che poi si sono registrati non ci sarebbero stati”.

E più avanti alla precisa domanda Se le paratie del Mose fossero entrate in funzione, avrebbero arginato la marea?

“Sì. Avrebbero consentito di affrontarla in modo meno drammatico di quanto poi è accaduto. Sicuramente non ci sarebbero stati a Venezia e a Chioggia e a Pellestrina gli allagamenti che abbiamo invece avuto.”

E allora finiamolo questo MOSE.