Che Matteo Renzi sia riuscito a tornare il dominus del dibattito politico dal 9 agosto in poi è un dato di fatto.

Molti ne parlano, ne discutono, qualcuno se potesse lo asfalterebbe, ma rimane il fatto che con lui bisogna fare i conti da sinistra e anche da destra.

Oggi c’è Salvati con un articolo sul Corriere della sera, ma anche un’intervista su La Stampa

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Le strategie future nella ricerca del centro

di Michele Salvati

Che Conte avrebbe dovuto trattare con Renzi e che questo avrebbe complicato il compito — già difficile — di tenere insieme un ceto politico così frammentato come quello del Partito democratico, credo fosse prevedibile. Certo, gli avrebbe fatto comodo se avesse potuto contare su Zingaretti come unico rappresentante delle truppe Pd, ma era proprio questo che Renzi voleva impedire fondando un nuovo partito. Al di là di ambizioni personali, c’è un disegno politico sotto la decisione di Renzi? Se c’è, giusto o sbagliato che sia, forse potrebbe essere quello che illustro di seguito.

Renzi potrebbe essere arrivato alla conclusione che nell’attuale Pd non c’e nulla da fare per coloro che aspiravano alla «vocazione maggioritaria» del partito, una vocazione che lui stesso e l’intera corrente liberale avevano sostenuto. Questa richiederebbe nel Pd una leadership e alleanze assai diverse da quelle attuali, nuove e ora improbabili riforme elettorali e costituzionali, e una situazione del Paese meno radicalizzata di quella prevalente.

L’obiettivo realistico al quale un liberale potrebbe aspirare oggi è un altro: centrosinistra e centrodestra «ragionevoli» — consci dei condizionamenti internazionali ed europei che limitano la libertà d’azione di uno stato nazionale e della situazione difficile in cui l’Italia si trova — non hanno buone ragioni per restare divisi. Partiti ragionevoli, non partiti «moderati»: il compito che un nuovo partito di centro dovrebbe affrontare richiede riforme coraggiose, quasi rivoluzionarie, se è condiviso il giudizio che i guai del nostro paese derivano essenzialmente dall’inadeguatezza dei suoi ceti dirigenti e non da colpe altrui.

È vero che tra i liberali di sinistra e quelli di destra esistono differenze non trascurabili, sia per quanto riguarda le riforme da attuare nelle istituzioni e nell’economia, sia per la diversa sensibilità nei confronti del disagio che affligge i ceti più poveri. Ma si tratta di differenze conciliabili se il grande obiettivo condiviso è quello di dare all’Italia un ceto politico «adeguato» — avrebbe detto Raffaele Mattioli — all’altezza dei problemi che il nostro Paese deve affrontare per uscire dal declino. E questo potrebbe avvenire anche in un contesto di legge elettorale proporzionale, se — come scrive Panebianco in un recente articolo su questo giornale (22 settembre) — «si costituisse un centro abbastanza forte da dare un minimo di stabilità alla democrazia». Renzi potrebbe essere convinto che il governo giallorosso deluderà i nostri concittadini e sarà già un miracolo se riuscirà a raggiungere la data delle elezioni del presidente della Repubblica. Non sarebbe allora opportuno arricchire l’offerta politica con un partito di centro, credibile e riformista, che fornisca loro una alternativa rispetto all’astensione o al voto per una destra o una sinistra che, nella configurazione attuale, li convincono assai poco? E se questa nuova offerta incontrasse un’ampia domanda latente e si formasse un «partito di centro abbastanza forte», non potrebbe questo costituire l’ago della bilancia di un futuro governo?

Condivisione

Le differenze all’interno del liberalismo esistono, ma possono essere conciliabili

Per quanto è dato comprendere dalle prime iniziative pubbliche del nuovo partito, Italia Viva resta però nell’ambito della sinistra, di cui verrebbe a costituire la propaggine più liberale e spostata verso il centro, coadiuvata dal gruppo di liberali che è rimasto nel partito d’origine. Insomma, una architettura simmetrica a quella della sinistra del Partito Democratico, nella quale ai fuoriusciti di Leu si aggiungevano gli antirenziani rimasti dentro. Nonostante il contesto proporzionale e gli sconvolgimenti elettorali provocati dal populismo, le aree della sinistra e della destra in senso lato sembrano restare reciprocamente impermeabili e le categorie destra/sinistra sono tuttora molto importanti per capire l’evoluzione politica del nostro Paese.

Se questa relativa stabilità tra le due grandi aree ideologiche si mantiene anche in futuro, Italia Viva (insieme al Pd e ai 5 stelle spostati a sinistra) potrebbe però lasciare spazio all’operazione sulla quale Berlusconi e Forza Italia insistono da sempre: una grande alleanza delle destre a livello nazionale, che rispecchi quella che già esiste a livello locale. Un’operazione impossibile quando Salvini faceva il pieno dei consensi nazionali con una programma sovranista e si illudeva che con questo potesse governare il Paese nel contesto politico ed economico mondiale nel quale viviamo. Difficile ma non impossibile oggi, se lentamente la diffidenza nei confronti della Lega si attenuasse: non solo in Forza Italia, ma nella stessa Lega, sono rappresentate forze sociali che vedrebbero volentieri un forte mutamento di indirizzo politico e ci sarebbero leader capaci di impersonarlo credibilmente.

Ma affinché questo mutamento di linea possa avvenire Salvini non potrebbe più essere il «capitano»: troppo compromessa è stata la sua immagine, soprattutto a livello internazionale, dalla strategia che ha seguito per raggiungere il consenso popolare di cui sembra tuttora godere. Al momento un’uscita di scena di Salvini mi sembra però così improbabile — dovrebbe essere un grande uomo politico anche solo per prenderla in considerazione — che assai difficilmente il disegno perseguito da Berlusconi potrà andare in porto.

Novità

In Forza Italia e nella Lega vi sono forze che vedrebbero volentieri un mutamento di indirizzo

Forse è su questo che Renzi basa la sua fiducia di poter raccogliere ampi consensi anche tra coloro che si asterrebbero o voterebbero a destra, e questo senza rinnegare il suo passato e la sua identità di sinistra liberale. Quelle che ho illustrato sono però congetture: per capire meglio il suo disegno politico non resta che attendere l’imminente Leopolda.