Stefano Tigani, animatore di Passaggi a NordEst pubblica questo interessante articolo che indica una strada percorribile

I progressisti sono una minoranza nel Paese? O forse la rappresentanza delle istanze progressiste è minoritaria perché è divisa al proprio interno?

Non intendo tanto dal punto di vista organizzativo, la pluralità di partiti e movimenti  è sempre una ricchezza e nei sistemi  elettorali attuali, in gran parte, una necessità.

Parlo piuttosto di divisione anzi, meglio dire conflitto,  sul terreno delle proposte. Della mancanza di riconoscimento reciproco delle differenze, dell’assenza di mutua consapevolezza della  parzialità di ciascuno.

Non sta forse in questa incapacità negoziale, in questo stato permanente di litigiosità e lotta intra e inter partitica una delle cause delle sconfitte elettorali, della dispersione del potenziale di attrazione e consenso?

Come diceva qualcuno “se volete che gli uomini si capiscano fategli costruire qualcosa insieme”.

Tra i progressisti (evito le definizioni toponomastiche, come centrosinistra, riduttive, qui il campo è molto più largo, è quello di un nuovo umanesimo politico) c’è bisogno di meno discussione tra sordi e di maggiore azione condivisa.

Le divisioni interne del mondo progressista non sono un destino ineluttabile.

Negli anni 50, ci racconta George Lakoff,  i conservatori degli Stati Uniti (ce ne sono di molti tipi come ci sono molte categorie di progressisti) si odiavano profondamente gli uni con gli altri.

Quelli legati al mondo finanziario non sopportavano quelli “sociali”, che a loro volta non reggevano i “libertari” che naturalmente ce l’avevano con quelli religiosi.

Negli anni 60 conservatore era diventato quasi una parolaccia.

Cosa fecero i repubblicani per ribaltare l’egemonia culturale e politica progressista?

Si misero a fare, a costruire, molte  cose, insieme.

Investirono risorse innanzitutto per istituire centri di ricerca, per sostenere i propri intellettuali, per creare opportunità mediatiche diventando essi stessi produttori di news, con propri studi televisivi, dedicandosi in modo capillare  alla formazione dei propri quadri e sostenitori.

E “si costrinsero” a stare uniti. Fondarono l’Alec (American Legislative Exchange Council). Per vent’anni a partire dal 1973 ogni mercoledì i leader conservatori delle diverse correnti ideologiche  (le riunioni raggiunsero la bellezza di 48 stati) si incontravano  allo scopo di comprendere le divergenze, impegnandosi a superarle mediando,  e,  quando non era possibile,  a “cedere”, di volta in volta, nessuno escluso, su uno specifico punto.

Non sarebbe utile provare a fare la stessa cosa nel campo progressista? Non solo quello che si riconosce in organizzazioni di partito, ma quel campo largo di sensibilità progressista fatto di movimenti, associazioni, singoli?

Perché non iniziare dal luogo più difficile e strategico al tempo stesso, e cioè la nostra regione?

Cominciamo qui in Veneto a “costringerci” ad incontrarci e a venirne fuori con accordi,  passo dopo passo in avanti?

Direi di più. Vedo nel Pd Veneto la volontà di attrezzarsi per la futura campagna elettorale. Si sta parlando di cabina di regia. Bene. Ma si vada oltre il Pd, orientandosi già ora in direzione di inclusione, ascolto, allargamento. Si guardi all’esterno, alle proposte da fare per la nostra regione. Non sia un organismo di pura composizione interna di equilibri tra correnti del Pd.

Lancio una proposta. Prendiamo qualche spunto dall’esempio americano?

“Costringiamo” tutti i soggetti a incontrarsi. Ogni settimana, ad un giorno fisso.

Il “minimo sindacale” potrebbe essere superare le divergenze, mediare, costruire un programma condiviso.

L’obiettivo più entusiasmante, fatto salvo il focus sulla imminente ormai campagna elettorale,  sarebbe quello di iniziare a lavorare in ottica di lungo periodo (e un approccio di questo tipo serve, molto, anche alla campagna elettorale).

Facciamo in modo che donne e uomini progressisti “costruiscano delle cose insieme”.

A partire dall’investimento in ricerca e studio, in  formazione permanente e di qualità per quadri e sostenitori,  in comunicazione intesa come capacità di entrare in relazione, di produrre esperienze positive, con metodi aggiornati per fare “porta a porta”, con strumenti di autoproduzione di informazione.

A partire dall’elaborazione non solo di “contenuti” ma di campagne d’azione, radicate nelle comunità,  con obiettivi specifici, con la capacità di far accadere il cambiamento, campagne sulle quali caratterizzare in positivo l’opposizione da fare alla nuova Lega nazionalista e assistenzialista di Salvini, lontana dai mondi dell’impresa e del lavoro e dalla cultura dell’autonomia come assunzione di responsabilità e oculatezza nell’uso delle risorse che proveniva dalle istanze federaliste.

La proposta di governo ombra di Carlo Calenda non ha riscosso successo nel Pd. Esperienze negative precedenti e forse un non chiaro “scopo sociale” possono essere obiezioni fondate. Ma se vedessimo questo insieme di competenze impegnato non a fare solo le pulci al Governo in carica ma a “governare dall’esterno” la prospettiva si farebbe più interessante.

Da qui ad un anno si può sperimentare un governo ombra del Veneto, composto da personalità del variegato arcipelago progressista con esperienze, competenze e capacità di rappresentanza comprovate,  impegnato a costruire azioni di governo “dall’opposizione”. Senza perdersi in elaborazioni di “vasti programmi” ma partendo qui ed ora con proposte mirate di intervento concreto sulle principali questioni di competenza regionale. Vere e proprie campagne d’azione, su questioni in grado di mobilitare popolo e non solo i militanti,  e con risultati precisi da portare a casa.