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CONCITA DE GREGORIO

5 maggio 2019

Dal “Non mollo” al “c’è un asse Roma Berlino”. Cosa c’è dietro le parole del leader leghista

Oggi è il giorno del grembiule. Dice: so’ ragazzi, non bisogna fossilizzarsi su come parlano (cioè, si intende: i fossili, i relitti di un tempo estinto, siete voi che vi fossilizzate). Dice: è la tecnica dell’elefante rosa, ne sparano una al giorno e tutti lì a discutere come se fossero le parole quello che conta. Bisogna fare la tara delle parole e guardare alla sostanza. È l’azione di governo che conta.

Infatti sì. È la sostanza che conta. Restiamo sulla tara, pietra miliare della conoscenza mercantile. La politica si rivolge a un mercato di voti, ed è vero che sempre bisogna fare la tara: si insegna in terza elementare, a proposito di maestri — sempre siano lodati, per inciso, i maestri elementari e i professori di scuola. Siamo tutti nelle loro mani. Allora. Peso lordo meno peso netto uguale tara. C’è il contenente, il contenuto. Se un tizio si veste con un giubbotto della ditta di CasaPound, o con una divisa militare — ecco, questo è il peso lordo. Si toglie il giubbotto, la giacca con le bandiere — si fa la tara — e resta il tizio: peso netto. Bisogna vedere, da nudo, qual è la sua consistenza politica. Senza paramenti, senza simboli: il tizio cessa di essere quel che l’involucro — so’ ragazzi — dice di lui?

La questione è questa: la tara in politica non funziona. In politica la forma è sostanza. Enrico Berlinguer andava in giacca anche al mare, e lo spiegava: un politico è un simbolo incarnato. È un esempio: una direzione di marcia e un invito. I simboli, dalla notte dei tempi, sono la scrittura di chi non sa leggere. Il popolo li capisce, anche più chiaramente delle élite. Quindi no, non so’ ragazzi.

Salvini è un politico profondamente consapevole che costruisce un’idea di mondo tweet dopo tweet e la porge come legittima: autorizza, col suo corpo, a seguire il suo esempio. Le parole sono azioni. Sono governo, specie in assenza del medesimo.

Se il ministro dell’Interno, allo stadio, indossa la giacca della Pivert. Se pubblica il suo libro con Altaforte sta facendo politica, agisce, governa: sta promuovendo Francesco Polacchi — titolare di entrambe: la casa di moda e la casa editrice — da 15 anni militante di CasaPound e fondatore del Blocco studentesco, era in piazza nel 2008 contro i cortei universitari antifascisti. Celebri i filmati. Molto attivo, diciamo così, in piazza. Se Salvini dice che in Italia bisogna «fare pulizia casa per casa, strada per strada» e poi subito dopo la “strage etnica” del suo candidato Luca Traini, a Macerata, dice che «è l’invasione di immigrati che porta allo scontro sociale». È molto chiaro. L’uomo bianco. L’invasione.

Due passi ancora nel lessico del Capitano del popolo. “Non mollo” (boia chi molla). “Tireremo diritto”. “Molti nemici molto onore”. “Me ne frego”. Con la Germania abbiamo buoni rapporti, “c’è un asse Roma Berlino”. Poi va a Forlì e si affaccia dal balcone del Duce. Quello proprio, lo stesso.

Dice: siete pesanti, ma che ne sa la gente che quello è il balcone del Duce. Siete fissati. Lo sa, la gente. I vecchi lo sanno benissimo, i giovani lo imparano subito. E comunque c’è Instagram, per affiancare le foto d’epoca a quelle di oggi.

Poi, siccome la soglia di attenzione collettiva è labile e ogni giorno si deve essere distratti dalla storia del giorno prima — vivere in un eterno presente, come i pesci rossi — allora eccone subito un’altra: «L’Italia ha bisogno di ordine e disciplina», perciò bisognerà che a scuola i bambini rimettano il grembiule. Non avrebbe neanche torto: il grembiule nasconde gli abiti dei bimbi e dunque la loro condizione sociale, li fa tutti uguali, li emenda dalle sfortune dei padri. Ma non è per questo che lo dice. I suoi sindaci separano i bimbi poveri da quelli ricchi nelle mense scolastiche. Lo dice perché divisa uguale ordine e disciplina, saranno contente le mamme d’Italia che così devono lavare di meno le magliette. Perché si sa sono le mamme quelle che lavano e stirano. Lo ha spiegato bene a Verona, al congresso dei lobbisti di destra estrema convenuti a fare affari con la scusa della “famiglia tradizionale”. Che da Fini a Berlusconi a Casini fino a Salvini è chiaramente un modello di vita e di virtù.

Dire che il 25 aprile è un derby. Che chi canta Bella ciao è “sfigato”. Dire che sarebbe giusto riaprire i bordelli («togliere alle mafie questo business è la strada giusta anche dal punto di vista sanitario») sono indicazioni di rotta davvero semplici, rimandano a un mondo che chi ha qualche anno ha già vissuto. Non sono solo tweet, o post su Facebook. Dietro ci sono i legami, in Europa, con i populismi di estrema destra che avanzano. C’è la piazza delle camicie brune di Santiago Abascal, in Spagna, ci sono Marine Le Pen e Farage. Gli amici austriaci — Fpö, grandissima simpatia storica per la destra austriaca — e tedeschi (l’asse Roma Berlino, che spiritoso, che battuta) con cui creare al parlamento europeo il Gruppo dei patrioti. Motore di ogni gesto l’amicizia con Putin, ovvio, ma poi ecco la foto sotto il filo spinato con l’amico Orbán.

Quella con Steve Bannon al Viminale, portato da Arata jr (la famiglia Arata significa eolico, ricorderete: Arata, eolico, Sicilia, ed è subito Siri). È un’idea di mondo chiarissima.

“Non sempre il presente lo si capisce mentre accade” dicono gli ultimi sopravvissuti dall’Olocausto così preziosi da ascoltare, dicono i vecchi nelle nostre case, dicono gli intellettuali a cui i dittatori di ogni latitudine hanno sempre augurato la morte: morte agli intellettuali, dicevano i generali di Franco. Il culturame, in Italia. L’attacco alla cultura è gesto fascista per eccellenza. È il tripudio di chi non sa cosa costi la fatica dello studio né quella del lavoro (Salvini non ha mai lavorato, con evidenza neppure al Viminale) ma le denigra autorizzando le folle a fare altrettanto. Insieme alla pagina sulla tara converrebbe ritrovare, nel libro di matematica e scienze, la pagina sul corpo umano. Andare alla tavola dell’occhio. Esiste un angolo cieco. È impossibile vedere da quell’angolo, the blind corner: è la fisiologia. Viene da lì chi ti sorpassa senza che tu te ne accorga. Chi — se sei in moto — ti investe. Quando lo vedi è troppo tardi. Studiare la storia, per esempio, ecco a cosa serve. A tenere il conto, a sapere a che numero siamo. Quante volte il “troppo tardi” è arrivato dall’angolo cieco mentre si stava tutti lì con l’elefante rosa del giorno a dire vabbè, ma sono sciocchezze queste. Sono parole, gradassate. So’ ragazzi.