Interessante riflessione di Alberto De Bernardi su

Se esiste un tempo nel quale è necessario votare PD per coloro i quali credono al primato della sinistra liberale è questo.

Il progetto sconfitto della democrazia maggioritaria

Nel 2016 il Pd raccolse il 40% degli elettori su un programma di riforme istituzionali ambizioso che tentava, dopo decenni di tentativi abortiti, di dare un assetto solido ad una democrazia dell’alternanza, maggioritaria e basata su partiti “della nazione” in grado di superate la frattura tra élite e popolo.

L’accozzaglia tra populisti in ascesa, sinistra conservatrice, destra tradizionale, anche neofascista e minoranze organizzate interne allo stesso Pd ha sconfitto questa prospettiva che come la cronaca attuale sta ampiamente dimostrando avrebbe messo l’Italia al riparo dall’esperimento sovranista e antieropeista che guida il paese.

Quel 40% era uguale a quello toccato dal consenso al Pd alle scorse elezioni europee e rappresenta la base di massa potenziale del riformismo democratico.

La sinistra minoritaria

Questa base potenziale è irraggiungibile per chi, come l’attuale segreteria, si è posta l’obbiettivo minoritario di riunire “la sinistra” che oggi vale elettoralmente tra il 20 e il 23% dell’elettorato e non ha nessuna prospettiva strategica non solo in Italia ma in Europa (chi confonde Sanchez con D’Alema è digiuno della grammatica minima per leggere la sinistra europea).

Come ho già scritto, già all’atto della sua nomina Zingaretti non si propone altro che di tirare a campare, spacciando i pochi punti percentuali in più rispetto a un anno fa che prenderà nelle elezioni prossime per dichiarare vittoria e conclusa la fase del “renzismo”.

Scelta scellerata che si giustifica solo se chi guida il Pd continui a ipotizzare una allenza tra questa sinistra e una presunta sinistra populista annidatasi dentro i 5s e rappresentata da Fico. Se così non fosse – ma è, come gli suggerisce con impazienza l’intelligenza giornalistica e dei maitre à penser da talk show – l’attuale gruppo dirigente del Pd condannerebbe il partito a una perenne opposizione.

Il Pd è dunque in un cul de sac ben più grave della sconfitta elettorale del 2018, perché l’ha gestita rinculando, pensando di dismettere il suo profilo di partito democratico europeo a vocazione maggioritaria per rifare la sinistra socialista, che sta perdendo in tutta Europa.

Tra l’altro scimmiottando una eredità sociademocratica che non ha mai posseduto perché è dal Pci che essa deriva, con pesanti innesti di radicalismo sindacale e di estremismo gruppuscolare.

Una sinistra così fa il gioco dei populisti

Ma se non ti riproponi di andare a riprendere quel 40% che hai perduto, ti riduci a chiuderti nelle tue casematte ormai usurate: nuoti in piscina perché non sai più nuotare in mare aperto. Infatti per non soccombere in mare aperto dovresti dire che Europa vuoi, se sei giustizialista o no, se sei statalista o no, se sei il partito della spesa pubblica o no, ma tenere insieme Furfaro e Calenda lo impedisce: prendi qualche voto ma non hai le basi per costruire l’alternativa.

Inoltre questo Pd è proprio quello che vogliono Salvini e Di Maio, perché non fa paura a nessuno perché non li sfida sul loro elettorato, una parte del quale stava sicuramente in quel 40%; e che vuole anche Berlusconi perché non favorisce nessun processo di evoluzione dentro FI, in direzione di un centro democratico che possa dialogare con la sinistra democratica.

Rilanciare il progetto di una sinistra di governo

Inoltre quel 19% non è di questo nuovo/vecchio Pd, ma di quello che si era impegnato nel più serio progetto di sinistra di governo mai realizzato in Europa dopo la fine della “terza via”. E questa forza non va dispersa, anche in questa fase in cui si trova in minoranza, perché è da qui che bisogna ripartire per costruire l’alternativa al governo populista: regalarlo agli “scappati di casa” mi sembra una prospettiva masochista.

Noi liberalsocialisti dobbiamo quindi votare Pd, votare i candidati che meglio esprimono questa prospettiva e la traducano in iniziativa politica in Europa, dove si aprirà nella prossima legislatura una fase incerta ma di grandi cambiamenti per la evidente crisi della sue maggiori famiglie politiche. Un Pd forte serve a difendere la casa comune europea e a sostenere il cambiamento necessario della costruzione di una Europa nuova..

Il Pd senza di noi non esiste, è una scatola vuota, sono i Ds con un’altro nome (con la faccia di Smeriglio al posto di quella di D’Alema, che è molto peggio): per questo Renzi ha fatto bene a chiamare al voto i democratici che lo hanno sostenuto, evitando di rifugiarsi in scelte ultraminoritarie o nell’astensione. Noi esprimiamo l’unico nucleo ideale e progettuale a disposizione del campo progressista per ripartire dopo l’ubriacatura populista, antipolitica e sovranista.