Un paio di articoli di oggi pongono questioni rilevanti. Il loro approccio è differente ma alla fine possiamo considerarli persino complementari.

La destra e la sfida della crisi

di Antonio Polito

La nuova destra ha vinto la «guerra culturale» sul fronte delle migrazioni. La maggioranza delle opinioni pubbliche europee ha rifiutato di condividere i propri sistemi di protezione sociale con i nuovi arrivati dall’Africa. I governi, con scelte sempre più nazionali e sempre meno comunitarie, hanno chiuso porti e frontiere interne. Il partito dell’accoglienza è stato sbaragliato ovunque. La sinistra socialdemocratica ha pagato il prezzo più duro. Perfino il Papa è finito in minoranza.

Ma una battaglia vinta è anche una battaglia finita. Certo, soprattutto sul fronte interno, la questione non è affatto chiusa. Centinaia di migliaia di clandestini. Il delicatissimo tema dell’integrazione e l’altissimo rischio del razzismo. I pericoli per l’ordine pubblico.

Ma è ormai chiaro che non è più questa la priorità nella testa degli elettori. Un recente sondaggio condotto in 14 Paesi per l’European Council on Foreign Relations, pubblicato in Italia da La Stampa, certifica il profondo cambiamento avvenuto. La gente ha un sesto senso per le tempeste. E ha capito che la prossima non verrà dal mare.

In Italia, per esempio, «crisi economica e guerra commerciale» allarmano molto più dell’immigrazione, che meno di un sesto della popolazione considera ancora la principale minaccia.

S ono più gli italiani preoccupati per i nostri giovani che partono, costretti a cercare lavoro all’estero (il 32%), che quelli allarmati dai giovani stranieri che arrivano per cercare lavoro da noi (il 24%). E dati analoghi si registrano in molti Paesi europei, soprattutto mediterranei.

Di fronte alla bufera dell’economia la nuova destra arriva impreparata. Aveva scommesso su tutt’altro scenario: ripresa e ricchezza da poter distribuire. E invece ormai non sono solo l’Unione Europea, l’Ocse e il Fondo Monetario a prevedere il peggio. Anche Tria sa che l’anno in corso è perso per la crescita: ci siamo fermati, per la terza volta in poco più di un decennio.

La vertiginosa rapidità del calo era difficile da prevedere; ma la curva del grafico era già chiara mentre si scriveva l’ultima finanziaria. Salvini ha commesso dunque un grave errore a rincorrere l’assistenzialismo dei Cinquestelle sul balcone. Il Paese sarebbe oggi in ben altra posizione se tutte le risorse fossero state piuttosto concentrate su uno stimolo al lavoro e alla produzione, sugli investimenti e i tagli fiscali che la Lega aveva promesso in campagna elettorale, e che le imprese si aspettavano da un partito nato negli anni 90 sull’onda della rivolta fiscale del Nord.

Di più: Salvini ha flirtato con l’ipotesi di una rottura dell’eurozona, inzeppando il partito di esperti con un’agenda ideologica euro-fobica, e giocandosi la carta Savona, che ha perso. Così si può dire che oggi non c’è una proposta organica per la crescita da parte del partito che nei sondaggi ha la maggioranza relativa. Non si sa nemmeno bene chi ne guidi la politica economica. Rilanciare adesso la flat tax appare poco credibile perché troppo tardi, con i chiari di luna che incombono sui conti pubblici: il timing in politica è tutto. D’altra parte ogni azione liberalizzatrice è impedita dall’alleato di governo, che a un passo della recessione chiude i negozi alla domenica e i cantieri della Tav. Perfino l’arma finale dello scioglimento e delle elezioni anticipate è inceppata dalla tempistica della prossima manovra, che rischia di essere lacrime e sangue, aggravata com’è dalle clausole sull’aumento dell’Iva che il governo si è già speso l’anno scorso.

Che fare? La nuova destra deve forse ricostruire in fretta una proposta di governo. Il “cattivismo” non basta più. Innanzitutto serve un bagno di umiltà. Prendere atto della nuova situazione e della sua gravità, invece di mandare a quel paese chiunque lo faccia. Scegliere un asse di interventi per la crescita e giocarsi su quelli la sopravvivenza del governo. Salvini è arrivato “lungo” alla curva delle europee, come si dice nel gergo dell’automobilismo. Non può vivere altri due mesi della rendita acquisita sui migranti, mentre il grafico della crisi corre più dell’orologio. La paura dell’economia è una brutta bestia elettorale, anche per il più scafato dei populisti. Chiedere a Erdogan per conferma .

 

Pd, le scelte che mancano a Zingaretti

C’è qualcosa di nuovo e insieme di antico nello stile con cui Nicola Zingaretti ha cominciato a interpretare il suo mandato. Ad esempio, nessuno ricorda con precisione quando si era svolto l’ultimo incontro fra un segretario del Pd e i capi dei sindacati. Come è noto, Renzi non se ne curava, privilegiando il rapporto personale ed esclusivo – qualcuno diceva plebiscitario – tra il leader e il corpo elettorale. Viceversa Zingaretti ha subito colmato la lacuna e così ieri abbiamo visto tra gli altri Landini, da poco segretario della Cgil, varcare il portone del Nazareno. Commento ovvio ma un po’ superficiale di qualche osservatore: la differenza tra Renzi e il neoeletto leader del Pd è tutta qui, il primo nella sede del partito incontrava Berlusconi, il secondo vede Landini.

Di fatto c’è qualcosa di antico in questa discontinuità. Zingaretti, come è evidente, ambisce a ricostruire una forza di sinistra classica con le sue radici sociali e un modo sperimentato di rivolgersi al Paese. C’è uno slogan (“prima le persone”, forse poco incisivo, in logica antitesi al salviniano “prima gli italiani”) e c’è un percorso che rimette al centro i cosiddetti “corpi intermedi” che piacevano poco a Renzi: adesso i sindacati, interlocutori privilegiati, tra breve magari le organizzazioni imprenditoriali. Peraltro la Confindustria si è appena schierata a favore delle elezioni anticipate, proprio in sintonia con la linea zingarettiana.

Tutto bene? Non esattamente. La cornice entro cui si muove il segretario è chiara, i contenuti molto meno. A cosa è servito, ad esempio, l’incontro con i sindacati? A uno scambio di convenevoli, a riesumare l’atmosfera della “concertazione” che non esiste più da anni? La gravità della condizione economica impone di fare delle scelte e non è detto che le priorità sindacali siano le stesse del Pd. L’impressione in ogni caso è che non sia più tempo di comunicati stampa generici a suggellare scambi di idee altrettanto poco concreti. Se l’intenzione di Zingaretti è di ricreare quello che un tempo si sarebbe detto “un blocco sociale”, forse il ritmo dell’azione politica dovrebbe essere molto più incalzante: rispetto alla maggioranza, in primo luogo, visto che finora il Pd è stato abbastanza assente dal dibattito su tutte le questioni che stanno lacerando i rapporti tra Lega e Cinque Stelle.

Certo, il segretario del Pd ha avuto un colloquio con l’ambasciatore degli Stati Uniti – si presume chiesto da quest’ultimo – che gli ha rappresentato le preoccupazioni americane per la scivolata filo-cinese del governo. Ma sarebbe interessante conoscere più in dettaglio qual è, se ne esiste una, la posizione del Pd circa il rapporto con Pechino e su molti altri temi dell’agenda di politica estera. C’è stata chiarezza nella crisi con la Francia, è vero, ma le promesse di agire per “cambiare” l’Europa peccano di genericità. Quale politica s’intende perseguire nel prossimo Parlamento di Bruxelles/Strasburgo, al di là di garantire che “siamo europei”? E qual è in definitiva il ruolo di Calenda?

Quanto alle relazioni con i sindacati di cui si diceva all’inizio, è evidente che una forza di sinistra non può prescinderne. Tuttavia sarebbe senza dubbio utile collegarle a un tema preciso, a un’idea che possa diventare un cavallo di battaglia non solo elettorale, ma politico. Ieri, in un convegno a Montecitorio sul parlamentarismo, è stato sottolineato che Lega e Cinque Stelle vincono – soprattutto la prima – perché sanno cavalcare i “bisogni percepiti”. Come dire che esistono, sì, i bisogni reali (la sicurezza, il lavoro, le inquietudini sociali) che però si allargano attraverso le “percezioni”: la percezione che le città siano molto più insicure e minacciose di quanto siano, che l’immigrazione sia più impetuosa di quello che è in realtà, che la società sia più disgregata e così via. Se questo è il terreno su cui si decide la partita, il Pd non può scegliersi un altro campo di gioco. E se gli strumenti della comunicazione sono i social istantanei, una forza di centrosinistra deve misurarsi con essi, anziché guardare ai tempi in cui bastavano pochi gesti simbolici per mandare un messaggio politico a chi aveva orecchie per intenderlo.

Zingaretti ama presentarsi come forza tranquilla, con il sorriso di chi non trasmette ansia. E in fondo dimostra di volersi accontentare quando fa capire che un risultato intorno al 20 per cento lo renderebbe contento. Potrebbe essere un atteggiamento troppo minimalista, se non fosse definita con coraggio e un minimo di sfrontatezza la missione che il leader assegna oggi al centrosinistra. L’ultimo numero di New Republic, antica ed eterodossa rivista americana, si pone un interrogativo: “I democratici sono troppo noiosi?”. La domanda riguarda il partito di Sanders, Biden ed Elizabeth Warren. Ma sembra adattarsi anche ai democratici italiani.