Ma chi l’ha detto che le primarie non saranno decisive?

di Stefano Ceccanti

2/11/2018

Letture semplicistiche sul congresso Pd. Si è diffusa quasi senza repliche una tesi semplicistica, quella secondo cui le primarie non sarebbero risolutive.
Il congresso Pd ha infatti tre turni.
Il primo tra gli iscritti che, in sostanza, seleziona tre candidati (sarebbe leggermente più complicato, ma in sostanza è così. Al momento ci sono 6-7 candidati probabili, di cui due nettamente più forti (Zingaretti e Minniti), un terzo consistente (Martina) e gli altri minoritari.
Il secondo vede confrontarsi i primi 3 nella primaria aperta. Se uno prende più del 50% vince, altrimenti si passa ad un terzo (eventuale): lo spareggio tra i primi due in Assemblea, tra gli eletti nelle liste delle primarie apparentati ai candidati.
Ora il punto è questo: se con tutta probabilità tra gli iscritti nessuno arriva al 50 perché i candidati sono 6-7, quando ci si restringe a 3 ma i primi 2 sono nettamente in testa, l’elettore è spinto a dare un voto decisivo e utile proprio tra i primi 2. Quindi la possibilità che il primo vinca direttamente è molto alta ed è quello che non casualmente sin qui è sempre accaduto

 

di Maria Teresa Meli

2/11/2018

Renzi raduna i fedelissimi. Pronto il sostegno a Minniti

Matteo Renzi (che dovrebbe chiuderlo con un suo intervento sabato prossimo) lo definisce «un seminario di parlamentari», ma l’incontro di due giorni, che si aprirà sabato 10 novembre a Salsomaggiore, assomiglia tanto a una vera e propria riunione di corrente. La prima che i sostenitori dell’ex segretario fanno in grande stile. E sarà a porte chiuse.

«Lì — dice Andrea Marcucci — decideremo come posizionarci al congresso». Il che vorrà dire che verrà ufficializzato l’appoggio dei renziani (sebbene non di tutti) alla candidatura di Minniti. Sempre che l’ex ministro dell’Interno l’abbia già formalizzata. A qualche amico ha detto che non lo farà il 6 novembre, giorno della presentazione del suo libro, «Sicurezza è liberta».

Comunque Minniti, dopo un ampio consulto portato avanti da alcuni dei «suoi» (gli ex parlamentari Latorre, Passoni e Manciulli) presso sindaci, presidenti di regione e dirigenti del Pd, ha deciso di scendere in campo. L’ufficializzazione della sua candidatura sarà preceduta da un nuovo appello di amministratori locali del partito.

Se Renzi dentro il Pd si muove lungo questa traiettoria, continua comunque anche il lavoro all’esterno. Con i «comitati di azione civile». In una settimana ne sono sorti 220. È il sito «Ritorno al futuro» che raccoglie tutti questi comitati. La sede centrale, cui spetta il compito di coordinarli, è a Milano.

Questa iniziativa è stata letta dagli avversari interni di Renzi, come il germe di una sorta di «piano B» per la scissione. Anche perché un sondaggio riservato attribuisce a un eventuale partito di Renzi dall’8 al 15 per cento dei consensi.

Ma in realtà l’ex segretario non sembra affatto intenzionato a uscire dal Pd. Anche se certe manovre precongressuali all’interno del suo partito non lo convincono affatto: «Vedo — ha confidato ai fedelissimi — tanti movimenti che poi si riducono a un mero riposizionamento dei gruppi dirigenti».

Nel frattempo la maggioranza che faceva capo a Renzi si è spaccata, perché Orfini tifa per la rielezione di Martina: «Vedrete che si candiderà — ha assicurato ai suoi — perché lo appoggiamo non solo noi ma pure un pezzo di mondo renziano».

Ciò nonostante i sostenitori dell’ex segretario sono convinti che Minniti abbia grandi possibilità. È vero che l’esistenza di tre candidature di peso (Minniti, Martina e Zingaretti) e il pullulare di altri aspiranti segretari rende queste primarie (che dovrebbero tenersi il 17 febbraio) diverse da quelle che si sono svolte finora. Per la prima volta non c’è un vincitore annunciato come in passato. E c’è il rischio che nessuno superi il 50 per cento dei consensi alle primarie. Il che vorrebbe dire che, come prevede lo statuto del Pd, sarebbero poi i delegati dell’Assemblea nazionale a eleggere a voto segreto il segretario, scegliendo tra i tre candidati meglio piazzati. Insomma, il leader sarebbe il frutto di un accordo ta correnti. Ma ai renziani non difetta l’ottimismo: sono convinti che l’ex ministro possa superare la soglia del 50 nei gazebo. Inutile dire che affermano lo stesso i sostenitori di Zingaretti e quelli di Martina.

 

Rep

Nella sinistra il destino della libertà