Con la conclusione del Forum di Milano di fine di settimana scorsa e le dimissioni di Martina dalla segreteria, di fatto si è aperto formalmente il percorso per il prossimo Congresso. Pensiamo utile tenervi aggiornati sulle posizioni, sulle valutazioni degli osservatori. Fateci avere le vostre impressioni e le vostre valutazioni.

Cominciamo con questi:

Quale riformismo dopo Renzi? Un confronto fin troppo rimandato

di Emilia Patta

Con le dimissioni formali dalla segreteria del PD del traghettatore Maurizio Martina inizia il percorso congressuale che porterà, probabilmente a metà febbraio, ad eleggere il successore di Matteo Renzi con il rito delle primarie aperte agli elettori. Dopo quasi otto mesi dalla storica sconfitta del 4 aprile scorso, quando il Pd si è fermato a poco più del 18% dimezzando il numero di voti (da 12 milioni del 2008 a 6 milioni), il meno che si possa dire è “era ora”. Mantenere ancora il Pd in un limbo paralizzante, con un leader di fatto – Renzi – che ha continuato a condizionare la linea nel partito e nei gruppi parlamentari pur non essendo più leader di diritto, non avrebbe fatto bene al Pd. E quindi non avrebbe fatto bene al Paese, dal momento che la buona salute dell’opposizione è il sale della democrazia.

Verso una competizione a tre

I candidati più forti a guidare il Pd nell’era del governo giallo-verde sono tre: il governatore del Lazio Nicola Zingaretti, l’unico ufficialmente in campo da settimane, appoggiato dalla sinistra del partito e da alcuni big dell’ex maggioranza renziana come Dario Franceschini e (più tiepidamente e per così dire in disparte) Paolo Gentiloni; l’ex ministro degli Interni Marco Minniti, appoggiato da Renzi e dall’ala renziana del partito oltre che da una rete di sindaci e governatori sul territorio; e forse lo stesso Martina, che nelle ultime settimane si è ritagliato un ruolo autonomo.

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Il nodo del “dialogo” con i Cinque Stelle

Dei tre è senz’altro Zingaretti il politico più in discontinuità con l’esperienza dei governi a guida Pd della scorsa legislatura, essendo stato sempre nella sua postazione di presidente del Lazio. E si è collocato quasi naturalmente su una linea di opposizione da sinistra al “renzismo”, tanto che sono noti i suoi buoni rapporti con i fuoriusciti bersaniani. Così come sono note le sue “aperture” al M5s, almeno nel senso del dialogo con quella parte dell’elettorato pentastellato che proviene dal centrosinistra. E proprio il tema del dialogo o meno con il M5s si profila come centrale nel prossimo congresso dem. Tanto che Minniti, nel giorno delle dimissioni di Martina, ha voluto rispondere su questo tema a Zingaretti che in una recente intervista aveva dipinto i pentastellati come prigionieri e vittime della Lega di Matteo Salvini.

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Il posizionamento anti-M5s di Minniti

«Mi permetto di suggerire ai potenziali dissidenti del M5s di essere meno ingenui verso la natura del Movimento, che con la Lega condivide un disegno autoritario e isolazionistico certificato da un’infinità di scelte e posizioni comuni – scrive l’ex responsabile del Viminale in riferimento ai maldipancia pentastellati verso il salviniano decreto sicurezza -. Penso infatti che dentro alla coalizione, e dunque dentro Lega e M5s, non vi sia né una “destra” né una “sinistra” né una parte politica da liberare da una prigionia inflitta da un’altra parte politica. Tra l’altro alimentare l’idea di una sorta di bipolarismo tra Lega e Cinque Stelle rischia di essere uan mossa autolesionistica, perché da questo bipolarismo il Pd sarebbe escluso in partenza o quanto meno ridotto a un ruolo del tutto subalterno».

Minniti, come Renzi, pensa dunque che il Pd possa risorgere solo affermando la completa alterità rispetto ai due diversi populismi ora al governo insieme. Mentre una parte del Pd lavora a disarticolare l’alleanza di governo nella prospettiva di un incontro futuro con un M5s magari rinnovato nella leadership.

Il tema vero: quale riformismo dopo Renzi

A nostro avviso la questione del futuro rapporto con il M5s, pur importante e dirimente, rischia di oscurare i veri e più profondi motivi di divisione nel Pd. In un sistema prevalentemente proporzionale come è il Rosatellum difficilmente un partito o un polo politico può pensare realisticamente di poter governare da solo. Il nodo da sciogliere riguarda piuttosto i temi programmatici, ossia quale riformismo per una sinistra di governo è possibile dopo Renzi. Un esempio tra i tanti: inseguire i Cinque Stelle sul terreno delle politiche assistenzialistiche per rispondere al disagio sociale (reddito di cittadinanza e similari) o puntare su politiche per la crescita e sulla formazione continua per aiutare chi ha perso il lavoro a ritrovarlo? Insomma, il Pd sceglie di continuare sulla strada del riformismo dei governi Renzi e Gentiloni, magari “radicalizzandolo” e innovandolo come richiedono i tempi, o sceglie di tornare a una sinistra più tradizionale che ha nella difesa dei lavoratori e dei loro diritti la sua ragione sociale?

Serve un vero congresso, chiarificatore

Il chiarimento tra queste due anime del Pd, che affondano le loro radici ben prima dell’avvento di Renzi sulla scena politica, è oramai maturo. E solo con un congresso vero, sui temi, che non si riduca ad una guerra di nomenclature tra renziani non renziani e renziani così così, il Pd può uscire dall’irrilevanza politica di questi ultimi mesi. Iniziando a preparare una alternativa credibile.

 

“Solo la sinistra può garantire sicurezza e diritti”.

Parla Marco Minniti

Marco Minniti è stato Ministro degli Interni per poco più di un anno e mezzo, dal 12 dicembre 2016 alla fine del maggio scorso. Ma al suo nome sono strettamente legate le ricette, le visioni e le proposte della sinistra di governo in tema di sicurezza. D’altra parte la sua frequentazione con quei temi nasce molto prima dell’arrivo ai vertici del Viminale e si intreccia da anni con la sua attività politica e di governo. Eppure il suo ultimo libro, piuttosto che somigliare al resoconto di una carriera, sembra voler rispondere ad un’urgenza più immediata: quella di smontare pezzo per pezzo “la fabbrica della paura” costruita da Lega e Cinque Stelle come strumento prima di propaganda elettorale e poi di governo.

“E’ così. Ho cominciato a scrivere questo libro durante la campagna elettorale, mentre l’inganno leghista sulla sicurezza diventava sempre più insidioso. Nelle pagine conclusive ricordo uno degli episodi più drammatici di quei mesi: l’attacco di Traini alla comunità di Macerata, una città bene amministrata da un sindaco attento alle ragioni della sicurezza e ai principi di solidarietà; un gesto che la sera stessa della sparatoria, riunendo il comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza, abbiamo definito come una “rappresaglia ingiustificata e ingiustificabile aggravata dall’odio razziale”, volendone rimarcare sia il retroterra fascista e razzista sia il tratto di reazione cieca e delirante al massacro della povera Pamela Mastropietro. La recente condanna a dodici anni di carcere per l’autore di quel tentativo di strage (che rivolse i suoi colpi anche contro una sede del PD) ci conferma che lo Stato di diritto può e deve sempre difendersi da coloro che fomentano il conflitto razziale e ricorrono alla violenza fisica o verbale utilizzando le paure dei cittadini”

Eppure proprio quelle paure sembrano essere state il principale carburante di Lega e Cinque Stelle, e ancora oggi sostengono gli alti livelli di consenso di cui gode il governo Salvini – Di Maio

“Ragione di più per smontare la loro “fabbrica della paura” e per contrapporvi le buone ragioni e la buona pratica di una politica della sicurezza di segno diverso, rivolta a dare risposte serie ed efficaci alle ansie dei cittadini. D’altra parte i populisti si limitano a fingere di ascoltare quelle ansie, avendo come vero obiettivo quello di perpetuarle perché è solo dalla paura che traggono consenso e potere. Il nostro compito è del tutto diverso: prendere sul serio il senso di incertezza della gente comune, riconoscere piena legittimità a quei sentimenti e a quei bisogni, rispondere con politiche efficaci che tengano insieme diritti e sicurezza, accoglienza e integrazione, risorse e capacità. Come abbiamo fatto quando siamo stati al governo e come riprenderemo a fare dopo la sconfitta di una coalizione della paura che sta condannando l’Italia all’isolamento internazionale e che sta già producendo più insicurezza e più clandestinità”

Sinistra e sicurezza: un binomio complicato, se si ascolta la propaganda quotidiana di Salvini (e anche qualche voce critica della sinistra radicale)

“Io credo invece che proprio la sinistra sia la parte politica che ha più titoli e capacità per rispondere seriamente al bisogno di sicurezza. D’altra parte quel bisogno è avvertito con più forza dai ceti più fragili, che noi abbiamo storicamente rappresentato e con i quali dobbiamo ricostruire anche su questi temi una connessione sentimentale. E’ un tema che oggi si pone dinanzi a tutto il mondo progressista, ma sul quale la sinistra italiana può vantare il vantaggio di una solida tradizione politica. Ricordo che dinanzi all’emergenza del terrorismo politico fu proprio la sinistra di Sandro Pertini, di Ugo Pecchioli e di tanti altri che erano stati partigiani antifascisti prima di diventare dirigenti dei nostri partiti a tenere insieme democrazia e sicurezza, a difendere la Repubblica dalla minaccia eversiva senza mai perdere di vista le prerogative e le garanzie dello Stato di diritto. Ecco, quell’esempio deve spingerci a rispondere alle paure dei cittadini non tanto e non solo con i sentimenti di umanità – che sono patrimonio comune e indissolubile della nostra comunità nazionale e che devono essere difesi come tali, senza rivendicazioni di una sola parte politica – ma con scelte efficaci e coerenti”.

Sul “Decreto Salvini” rischia di prodursi uno strappo della maggioranza al Senato, per la dissidenza di alcuni parlamentari del Movimento Cinque Stelle. E’ l’annuncio di una spaccatura nella coalizione?

“Staremo a vedere cosa succederà davvero al Senato sul merito di un provvedimento inefficace e di pura propaganda. Finora si tratta di voci molto isolate dentro la “caserma Cinque Stelle” (come l’ha rappresentata ieri lo stesso Di Maio) a cui in ogni caso guardo con il rispetto che si deve al pensiero di qualsiasi parlamentare. Mi permetto tuttavia di suggerire anche a quei potenziali “dissidenti” di essere meno ingenui verso la natura del Movimento Cinque Stelle, che con la Lega condivide un disegno autoritario e isolazionistico certificato da un’infinità di scelte e posizioni comuni. Penso infatti che dentro la coalizione – e dunque tra Lega e M5s – non vi sia né una “destra” e una “sinistra” né una parte politica da liberare da una prigionia inflitta da un’altra parte politica. Tra l’altro alimentare l’idea di una sorta di bipolarismo tra Lega e Cinque Stelle rischia di essere una mossa autolesionista, perché da quel bipolarismo il PD sarebbe escluso in partenza o quanto meno ridotto ad un ruolo del tutto subalterno”.

Veniamo infine al Partito Democratico, anche se non ti chiederemo della tua possibile candidatura alla segreteria…

“Considero molto positivo l’avvio del percorso congressuale e ringrazio Maurizio Martina per la generosità con cui ha svolto un compito tutt’altro che facile in questi mesi complicati. Al contempo auspico un congresso che sia occasione vera e profonda per fare un passo avanti nell’allontanare dal governo della nazione questa pericolosissima coalizione della paura. Per riuscirci dobbiamo tornare a porci un tema insieme antico e nuovissimo, quello del rapporto tra riformismo e popolo. Noi non abbiamo bisogno di abiure su riforme che abbiamo fatto nell’interesse del paese e nel rispetto dei nostri principi, ma abbiamo il dovere di ricostruire un rapporto autentico con la società. Per riuscirci dobbiamo anche guardare con umiltà e coraggio alle nuove forme di rappresentanza che la società italiana è già oggi capace di darsi, persino al di là dello spazio tradizionalmente occupato dai corpi intermedi. Verso quelle nuove forme di militanza e rappresentanza civile (penso ad esempio alla manifestazione di sabato scorso al Campidoglio) dobbiamo essere inclusivi e capaci di interloquire, senza alcuna ambizione egemonica. L’urgenza primaria del nostro partito non sia tanto quella di trovare la via più breve o la scorciatoia per tornare al governo, ma quella di lavorare bene e in fretta per tornare a parlare alla società italiana”.