Sulla testata “parallela” di Luminosi Giorni è stato pubblicato questo articolo che pensiamo possa essere utile alla discussione

Che la situazione sia alquanto ingarbugliata e di difficile interpretazione sembra quasi una banalità affermarlo.

Leggere gli scenari politici italiani dopo due mesi ormai dall’esito elettorale risulta complicato.

Per diversi fattori. Sicuramente per come le urne hanno espresso i pesi e le dimensioni dei diversi interpreti.

Certamente per quell’ostinato e irragionevole assunto del M5S che è solo una questione legata a un  “contratto” che va bene sia per un approccio di destra e, altrettanto, per uno di sinistra.

E già qui, pur in presenza di una società liquida e indifferenziata, suona come una forzatura. Perché anche i paradigmi di un contratto privilegiano scelte che hanno una loro caratteristica, un loro orientamento, una loro collocazione. Non rimangono neutre. La neutralità è figlia di una indeterminatezza dei contenuti che persino lo staff degli “esperti” chiamati dai pentastellati ha certificato.

Indubitabilmente per la pesante sconfitta subita dal PD.

Dal partito che più di ogni altro negli anni della recessione ancora imperante si era fatto carico della responsabilità di governo. Aveva condotto con coerenza, almeno rispetto ai suoi valori e ai suoi programmi, una robusta azione di governo per cercare di contrastare la crisi e rilanciare l’economia. Con tutto quello che ne è conseguito.

Ed è stato punito dagli elettori, dai suoi prima di tutto, da quelli del suo campo, ma anche da quelli che avevano guardato da questa parte, attratti, per un periodo, dall’indubbia capacità comunicativa del suo leader.

Se non ha raccolto quanto sperato, prima ancora che quanto auspicato, è stato certamente per un deficit di coerenza, per una mancanza di incisività sui nodi strutturali della crisi.

Non che fosse facile, all’interno dei parametri europei e delle strettoie del deficit strutturale. Ma certamente, alla luce dei fatti, qualcosa di più e meglio si sarebbe potuto fare.

Se poi ci si aggiunge quel “briciolo” di avversione indotta dalla scuola di pensiero che sosteneva che per risolvere la crisi occorresse liberarsi della Casta dei politici mentre c’era chi diceva che occorresse invece riformare le istituzioni che generavano quella Casta, il gioco era presto fatto.

Questa strategia dell’anti-Casta è stata poi formidabilmente promossa da giornalisti e opinionisti (dei principali quotidiani nazionali e reti televisive).

Di conseguenza in Italia, la battaglia contro la Casta (inaugurata da un libro di due giornalisti divenuto un bestseller) è divenuta la strategia intorno a cui si è aggregata una pluralità di interessi. La denuncia della Casta ha consentito di incrementare le vendite dei quotidiani, di alzare gli indici di ascolto delle trasmissioni televisive, di soddisfare il narcisismo di accademici o esponenti dell’establishment in cerca di facili applausi. Per i sostenitori dell’anti-Casta, occorreva liberarsi dei gigli magici, dei partiti personali e degli inciuci parlamentari per liberarsi della corruzione, a sua volta causa dell’inefficienza delle istituzioni politiche. La strategia dell’anti-Casta ha contrastato con successo la riforma costituzionale (perché espressione, appunto, della Casta), ha smantellato con successo la credibilità dei partiti tradizionali (perché espressione, appunto, della Casta) e ha promosso con successo i movimenti che ci hanno liberato dalla Casta. (cit. Fabbrini)

E il PD e il suo “non troppo simpatico” leader ne hanno pagato il prezzo, con gli interessi.

E le scorie adesso sono tutte sul tavolo e si vorrebbe che, in un batter di ciglia, il senso di responsabilità, tanto invocato a sproposito sempre dagli stessi giornalisti e opinionisti, fosse la cartina di tornasole di un lavacro che la parte perdente deve esibire per ritornare in gioco.

E’ una forzatura da tutti i punti di vista. Non se ne vedono i benefici a breve, non si vedono nemmeno quelli a lunga gittata.

Un percorso di questo genere in una situazione politica “normale” dovrebbe presupporre, prima ancora che un sondaggio di opinione fra gli iscritti e i simpatizzanti – scorciatoia di pensiero che presuppone la rinuncia alla delega politica dei cosiddetti dirigenti – una riflessione di tipo congressuale.

Avete presente quelle assise di una volta in cui i delegati si confrontavano su tesi, idee, propositi, principi e valori?

Quella cosa lì che definiva alla fine maggioranze e minoranze che pur mantenendo le proprie diversità di opinione si uniformavano alla democrazia di partito e alle risoluzioni della maggioranza?

Ecco quello che servirebbe, nei tempi più ravvicinati possibili, al Pd per definire il suo nuovo approccio alla società italiana, il suo ancoraggio a quali bisogni e a quali priorità dei cittadini, a quali interessi nazionali, a quale prospettiva europea.

Per quale modello istituzionale, per quale assetto costituzionale.

Perché credo nessuno possa dirsi contento – nemmeno quelli che hanno intensamente lavorato con l’unico obiettivo di provocare la sconfitta referendaria di Renzi – di come stanno le cose in Italia. Perché “la Costituzione più bella del Mondo” è e rimane un puro slogan.

Pensare di saltare a piè pari questa fase faticosa, probabilmente anche lacerante, ma sicuramente “purificante”, che passa attraverso la comprensione delle ragioni vere e profonde di quella sconfitta e delle sue ricadute, che non avranno uno strascico troppo breve, è un passaggio indispensabile e irrinunciabile per ri-definire, rinnovare quel soggetto politico che ha mancato il suo obiettivo fondativo, ha perso una buona parte dei suoi elettori e ha scontentato una parte di coloro che guardano al PD come l’unico soggetto politico che può cambiare seriamente e responsabilmente (in questo caso sì che la parola responsabilità ha un senso pregnante) il corso della politica italiana.

Perché non si venga a dire che il M5S ha le caratteristiche e le capacità di surrogare tutto questo. Le prove provate della sua irragionevole incoerenza, del suo imperante pressapochismo, della sua consistente inaffidabilità, la sua indeterminatezza valoriale (onestà, onestà il suo unicum) sono sotto gli occhi di tutti.

Eppure.

E allora il rispetto che viene tributato al Presidente della Repubblica, la sua insistita azione per trovare un governo per il Paese si scontrano con questo quadro e le forche sono davvero caudine.

Accedere al tavolo del “mi confronto”? E’ la prima richiesta e il primo passaggio. Non è né scontato né semplice per quante sono le differenze e le resistenze.

Valutare il merito del programma? Questo verrebbe in ogni caso dopo.

E allora sì che sarebbero scintille e fuochi d’artificio.

Franco Vianello Moro