Un robusto dossier pubblicato da La Repubblica in occasione del bi-centenario della nascita di Carlo Marx

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A duecento anni dalla nascita quel che resta del padre del comunismo non va cercato nei movimenti che ne raccolsero il nome ma nei pensatori cresciuti, dall’Europa agli Usa, nel capitalismo che voleva abbattere. Un altro spettro si aggira per il mondo?

Avanti Marx

di Simonetta Fiori

Uno spettro si aggira per il mondo ed è quello di Karl Marx. A dispetto della veneranda età – avrebbe compiuto duecento anni il 5 maggio – e a dispetto delle rivoluzioni fallite, il suo barbone continua a sventolare nelle librerie e nelle università di tutto il pianeta. Senza disdegnare i luoghi del capitalismo più avanzato – il gigante Google gli dedica quasi novantatré milioni di link – e le lusinghe dell’industria cinematografica che proprio in questi mesi ne proietta la figura rinverdita. Ed è un segno dei tempi che il regista nero Raoul Peck abbia osato oggi quel che nel passato in pochi avevano tentato, ossia tradurre in un film la rivoluzione politico-intellettuale del giovane Karl. Più facile raccontare vite romanzesche che l’avventura di un pensiero irrequieto.

Al principio del XXI secolo un sondaggio della Bbc l’ha incoronato filosofo più influente del precedente millennio. Prima di Newton e di Einstein. E prima di Tommaso D’Aquino. Alla sua icona si è inchinato di recente anche il mondo dell’arte, issando Das Kapital sul palcoscenico della Biennale: come interpretare le fratture della contemporaneità se non ricorrendo al filosofo di Treviri? E forse proprio da qui occorre cominciare, dalle contraddizioni e dalle aporie del mondo circostante, per tentare di capire una renaissance che supera i confini del Novecento.

Un’imprevista fioritura che attecchisce nel cuore pulsante del capitalismo americano, tra i ventenni e trentenni di Jacobin, la rivista della sinistra radicale che non ha paura di evocare parole ritenute imbarazzanti dalla generazione precedente perché inseparabili dai regimi totalitari. “Quando avevo vent’anni”, ha dichiarato il caporedattore Seth Ackerman, “dirsi socialista era davvero eccentrico, mentre oggi è una qualifica che molti giovani rivendicano”. Oggi Seth ha trentacinque anni, e non insegue certo la rivoluzione. Ma legge Il Capitale per denunciare le diseguaglianze, e come lui altri millennial che su precarietà e indebitamento hanno visto infrangersi il sogno americano.

E qui ci avviciniamo alla data di rinascita di Marx, da collocare tra il 2007 e il 2008, in coincidenza con il terremoto economico e finanziario. Perché, come suggerisce Jonathan Wolff nella monografia pubblicata ora dal Mulino, “anche se non ne condividiamo le soluzioni, è innegabile che i problemi da lui individuati siano tuttora molto gravi”. In altre parole, il comunismo è fallito, la sua utopia s’è rivelata un incubo, “ma l’avversario storico non è innocente e una sua assoluzione parrebbe fuori luogo”, sostiene il professore di Oxford che scrive sul Guardian. Ed è proprio Marx a fornirci gli strumenti per analizzarlo. Quali gli attrezzi spendibili oggi? “Il suo merito principale consiste nell’aver messo in luce, centocinquanta anni fa, alcune grandi contraddizioni del sistema di produzione capitalistico che ancora persistono”, dice Stefano Petrucciani, autore di una monografia e curatore per Carocci di Una storia del marxismo in tre volumi. “Prendiamo la diagnosi del capitalismo come crescita e innovazione, con un progressivo risparmio di lavoro. Oggi questa sua tesi risulta drammaticamente vera: la crescita non riesce a essere espansiva, ma intensifica il ricorso alle macchine a danno dell’occupazione”.

Con conseguenze serie sul terreno della giustizia sociale che possiamo osservare anche attraverso un’altra lente fornita dal Capitale, la stessa sulla quale l’economista francese Thomas Picketty ha costruito la sua fortuna editoriale. “Nella sua teoria sull’immiserimento progressivo”, spiega Petrucciani, “Marx immaginava che il capitalismo avrebbe peggiorato le condizioni della classe operaia: in realtà non è stato così. Ma in questi ultimi anni abbiamo assistito a una sorta di “immiserimento relativo”: i poveri non sono diventati più poveri in senso assoluto ma in senso relativo, essendosi accresciuta di molto la distanza tra le fasce più basse dei livelli di reddito e quelle più alte”. La terza faglia intravista da Marx s’incunea tra la necessità di comprimere i salari – per aumentare il profitto – e il bisogno di vendere le merci ai lavoratori. “L’ultima grande crisi del capitalismo scaturisce proprio da questa contraddizione”, sostiene Petrucciani. “Per sostenere il consumo delle classi a basso reddito le si è spinte a indebitarsi con finanziamenti, mutui etc. E da qui è nata la grande bolla immobiliare poi deflagrata nell’economia mondiale”.

Marx anticipatore del fallimento della Lehman Brothers? A pensarci bene, sono proprio le mani nei capelli degli operatori finanziari di Wall Street a chiudere le immagini che scorrono in coda a Il giovane Karl Marx, in sottofondo le note di Like a Rolling Stone di Bob Dylan. Anche David Harvey, studioso di geografia politica, è convinto che le analisi sulla spregiudicatezza e l’irrazionalità del capitalismo siano più pertinenti oggi di quanto lo fossero all’epoca in cui sono state scritte. “Quello che ai suoi tempi era un sistema economico dominante solo in un angolo della terra ora si estende in tutto il mondo”, sostiene Harvey in un saggio esplicito fin dal titolo, Marx e le follie del capitale (Feltrinelli). E qui ci si imbatte in un altro aspetto del suo pensiero quanto mai vitale: la globalizzazione della produzione e del mercato. “Marx aveva capito che era nella natura del capitalismo essere una “forma mondo” capace di rompere i confini nazionali e continentali”, interviene Mario Tronti, antico operaista e intellettuale con largo seguito a sinistra. Allo studioso piace evocare l’immagine di un “Marx profeta” cara a Schumpeter. “Un’altra sua grande intuizione riguarda una condizione umana mai davvero superata, quella dell’alienazione. Il giovane Marx dei Manoscritti economico-filosofici seppe osservare la perdita d’umanità nell’operaio che mette qualcosa di sé nel prodotto senza riuscire mai a riconquistare integrità. Oggi, in un mondo per molti aspetti disumano, mi sembrano sempre più evidenti i segni di questa perdita di sé”.

Alienazione, classe, ideologia, sfruttamento: anche se detestate dalle scienze sociali mainstream, sono parole che hanno cambiato il modo di guardare il mondo. Così come oggi sarebbe difficile ignorare la visione marxista della storia che vede le forze economiche al primo posto. Ma un’attrezzatura così duttile per l’attualità non rischia di favorire una lettura troppo schiacciata sul presente? Al contrario. Il Marx che oggi trionfa nelle aule universitarie e nei circoli colti è il classico liberato da ogni ipoteca ideologica novecentesca, da leggere criticamente nelle sue mancanze e contraddizioni. E non è casuale che il rilancio sia partito dal mondo anglofono, regno della filosofia analitica, per rimbalzare in Francia dove oggi registra un rinnovato interesse accademico. Il dogma sembra cedere il passo alla filologia, con nuove edizioni delle opere nate postume e frammentarie.

“Anche se in Italia si fa più fatica a liberarlo da vecchie incrostazione”, annota Petrucciani del quale sta uscendo in Francia Marx critique du libéralisme (éditions Mimésis). E intanto si potrebbe misurarne la popolarità dal numero di saggi e riedizioni che invadono gli scaffali, dall’affilato Marxismo dopo Marx di Giuseppe Bedeschi (Castelvecchi) agli scritti inediti di Ágnes Heller che ne valorizzano la dimensione filosofica (sempre Castelvecchi), da Senza comunismo di Antonio A. Santucci, riedito dagli Editori Riuniti, alla nuova edizione del Manifesto con i commenti di Balibar e Žižek (Ponte alle Grazie). Con un’incursione nel suo privato più doloroso in Karl Marx dal barbiere (Edt) di Uwe Wittstock, che prende spunto da un episodio poco conosciuto della sua vita, il viaggio ad Algeri dopo la morte della moglie Jenny.

“Finora i filosofi hanno interpretato il mondo. Ora è venuto il momento di cambiarlo”. Potrebbe essere un tweet, invece è l’undicesima tesi su Feuerbach che ha nutrito la fantasia di molti intellettuali engagé. Ma il mondo Marx è riuscito davvero a cambiarlo? Seppure con tutti i suoi scossoni, l’economia capitalistica sembra infischiarsene di rivoluzioni e profezie. “Senza Marx”, riflette Petrucciani, “non avremmo avuto fondamentali conquiste sociali. I partiti socialisti moderni nascono dal suo pensiero politico, anche se non c’è accordo su quale sia la vera filiazione: quella riformista gradualista o quella radicale rivoluzionaria”. Secondo Tronti la sua grande intuizione è di aver capito che il capitale è come un Proteo, capace di cambiare forma in ogni momento. “E la sua lezione è stata compresa più dalla borghesia che dai suoi avversari, irrigiditi dal dogmatismo”. Poco prima di morire, Eric Hobsbawm raccontò di aver ricevuto una telefonata inattesa. “Il mio interlocutore voleva sapere che pensassi di Marx, per poi dirmi in tono grave: “Quell’uomo riuscì a scoprire sul capitalismo cose di cui oggi dobbiamo tenere conto””. Era George Soros, uno degli uomini più ricchi del pianeta.

Le foto di Sibylle Bergemann sono parte della serie ‘The Monument’, sulla realizzazione del monumento dedicato a Marx e Engels. Il monumento si trova ancora vicino ad Alexanderplatz a Berlino Mitte

Nemo Profeta in Treviri

di Tonia Mastrobuoni da Treviri

La casa dove visse ospita un negozio “Tutto a 1 euro”, i turisti sono attratti solo da rovine romane e Riesling. Qui il padre del comunismo è il Grande Rimosso.
E indovinate chi c’è voluto per dedicargli una statua

Bandierine della Germania, portachiavi fucsia, racchettoni da spiaggia: “tutto a 1 euro!” strillano i cartellini rossi del negozio di paccottiglie. Un gruppetto di turisti si accalca attorno alle ceste per accaparrarsi un cappellino o un paio di occhiali da sole. A Treviri fanno trenta gradi. E la canicola fuori stagione ha riempito le viuzze pedonali del centro di stranieri boccheggianti. Ma molti hanno l’aria di non sapere chi abitò in questa casa a due piani che ospita il negozio trash. Lo chiediamo a un ragazzo alto come un semaforo di nome Sven. “Non ne ho idea”, risponde, stringendosi nelle spalle. Gli mostriamo una piccola insegna scura al primo piano: “Karl Marx visse in questa casa dal 1819 al 1835”.

Altra scrollata di spalle, poi Sven torna a concentrarsi su uno stick da selfie. Sembra indeciso tra il verde e il blu. Per secoli, i turisti sono venuti nella più antica città tedesca per la tradizione romana, per visitare il trono di Costantino o il gigantesco monumento che anche Marx vedeva dalle sue finestre, la Porta Nigra. A pochi passi dalla casa dove il padre del comunismo visse la sua infanzia e adolescenza, la piazza antistante alla Porta è infestata da attori dilettanti travestiti da centurioni che si offrono come guide strillando “ave!” o “sequinimi!”. Duemila anni fa, quando i romani fondarono Augusta Treverorum, il loro avamposto fondamentale in Gallia, la Porta teneva lontani i nemici. Mille anni dopo, il monaco bizantino Simeone decise di farsi murare in una torre per morirvi da eremita. I cristiani lo fecero santo e trasformarono la Porta in una chiesa, risparmiandole qualche saccheggio medievale.

Ma nell’ufficio del turismo che affaccia sulla Porta Nigra, assediato dai finti centurioni con le spade di plastica, “fino agli anni Ottanta non volevano neanche esporre un mini busto di Marx” ci rivela Richard Leuckefeld. Consigliere comunale e proprietario di una libreria nel centro storico, Leuckefeld lavora non lontano dalla casa del “Grande Rimosso”, come lo chiama. Sugli scaffali troneggiano mini busti di Marx e un’ampia bibliografia sul teorico del plusvalore. “Marx”, racconta, “a Treviri è stato sempre tabù. Ovviamente durante la Guerra fredda, anche a causa del muro e della Germania comunista. Ma in realtà, da sempre”. Nel 1968, per il centocinquantesimo anniversario, venne il grande cancelliere socialdemocratico Willy Brandt. “Un miracolo”, commenta Leuckefeld, ironico.
Ignorata dall’Occidente, Treviri è sempre stata, invece, la Mecca dei comunisti di tutto il mondo, la tappa tedesca da fare, per i figli delle rivoluzioni bolsceviche e proletarie.

Per i dirigenti cinesi, tanto per dirne una, fermarsi per un inchino alla casa di Marx (non quella in cui ora c’è il negozio “tutto a 1 euro”, ma la casa dove nacque), ha sempre significato garantirsi un avanzamento di carriera. “Da quando hanno tolto quella regola, qualche anno fa, i cinesi vengono meno”, ridacchia Norbert Kaethler, direttore di Trier Tourismus. Attualmente ne arrivano tra cinquanta e centomila l’anno, aggiunge, “cioè l’1 o il 2 per cento dei cinque milioni di turisti che visitano la città”. Ma in Cina, su alcune cartine sono segnate ancora soltanto due città tedesche: Berlino e Treviri. E quando, due anni fa, Pechino decise di regalare un’enorme statua di Marx alla sua città natale, scoppiò il finimondo.

Tanti cittadini scrissero imbufaliti al Comune, contrari a un omaggio così vistoso da parte di un regime autoritario che calpesta i diritti umani – questa l’obiezione più frequente. Il Consiglio discusse a lungo la questione e la notizia fece il giro del mondo, ma alla fine deliberò di accettare l’ingombrante regalo, il “Mega-Marx” come lo hanno ribattezzato con un filo di disprezzo i giornali tedeschi. La statua è già lì, verrà scoperta in concomitanza con i solenni festeggiamenti per il bicentenario, il 5 maggio, che finalmente consentiranno un’ampia discussione pubblica sul suo genio. Persino la chiesa cattolica parteciperà alle celebrazioni – senza citare il padre del comunismo per nome, ma omaggiandolo con un seminario sul lavoro.

Il problema, in realtà, non è il “Mega-Marx” di Pechino. “I cinesi hanno semplicemente riempito un vuoto”, ragiona Kaethler. Che ricorda una battuta del consigliere Leuckefeld, pronunciata nelle concitate riunioni comunali: “Chi dimentica Marx, sarà punito con una statua”. Una frase che riecheggia la famosa citazione di Gorbaciov dell’autunno dell’89, poco prima della caduta del Muro. Allora il padre della perestrojka disse a Honecker che “chi arriva tardi sarà punito dalla Storia”, riferendosi alla spinta verso la libertà che stava travolgendo i regimi comunisti.

Il lungo oblìo di Marx a Treviri, poi, non sembra in sintonia con il sentimento nel resto del Paese. Secondo un sondaggio recente i tedeschi considerano l’ideologo della rivoluzione proletaria, insieme a Martin Lutero e al cancelliere Konrad Adenauer, uno dei tre connazionali più importanti di tutti i tempi. Invece, iper-cattolica e conservatrice com’è sempre stata, la sua città natale ha scelto di puntare sui classici due pilastri del suo turismo, “sulle due R” come dicono le guide, cioè i “romani” e il “Riesling”, il vino bianco che attirava qui gli inglesi fin dal Settecento. Il futuro presidente americano Thomas Jefferson amava in particolare il Brauneberger, raccontano le cronache, “il primo in qualità, senza paragoni”, come scrisse nel 1778.

Peraltro, fu il vino a trasformare Marx in un comunista. Non perché bevesse molto, come raccontano i suoi biografi. Ma perché le sue prime riflessioni contro gli oppressori scaturirono dalla miseria delle sue terre, causata dai dazi olandesi e dalla legge prussiana che alla fine degli anni Venti dell’Ottocento equiparò dal punto di vista fiscale le uve del nord con quelle renane, facendo crollare i prezzi. Negli anni Quaranta tre quarti degli abitanti della valle della Mosella erano ridotti in povertà, costretti a vendere terre, vigneti, bestiame. E sulla Rheinische Zeitung un giovane Marx cominciò a scagliarsi contro i “vampiri della Mosella”, gli esattori fiscali, gli avvocati e i giudici che approfittarono del trentennio nero del vino. Più tardi, nella prefazione a Per la Critica dell’economia politica, scrisse che quelle corrispondenze dalla Mosella erano state “le prime opportunità per occuparmi di questioni economiche”.

Jens Baumeister ci tiene molto, invece, a raccontare aneddoti del figlio scomodo di Treviri, traghettando i turisti da una casa all’altra di Marx. Una è quella del negozio “tutto a 1 euro”, ma l’altra è la sua casa natale, che è appena stata restaurata. La guida turistica ha collezionato miriadi di episodi esilaranti, nei suoi anni di pazienti pellegrinaggi per la città. Un americano gli chiese per esempio, dopo aver visitato le due case di Marx, dove avesse scritto Mein Kampf. Quando Baumeister, un tantino scandalizzato, gli fece notare che quella era l’autobiografia-pamphlet di Adolf Hitler, l’americano non fece un plissé: “tanto erano farabutti tutt’e due”, borbottò. Un altro turista, un texano, gli chiese se poteva dormire nel letto di Marx e promise “qualsiasi cifra” per una notte sul letto del nemico giurato del capitalismo. Quel letto, per fortuna, non esiste più.

Marxisti nel tempo

di Pier Aldo Rovatti

Che cosa rispondere a chi ti chiede, oggi: “Sei marxista?”. E se insistono: “Sei comunista”? Due suggerimenti. E qualche altra piccola domanda

Se mi chiedono “Sei marxista?”, dopo una breve esitazione rispondo “Sì”. Marx mi ha insegnato come funziona il capitalismo nella sua dinamica essenziale. La lettura del Capitale è stata decisiva per la mia formazione intellettuale e per la mia vita di cittadino responsabile. Purtroppo oggi i giovani quasi mai passano attraverso questa esperienza e sono tantissimi quelli meno giovani che credono di aver letto Marx senza averlo fatto. Mi domando come si possa possedere un po’ di spirito critico senza avere letto almeno il primo volume del Capitale, senza avere un’idea non del tutto vaga di cosa sia una “merce”, il “valore di scambio”, la “forza lavoro”, lo “sfruttamento”, il “plusvalore”. E come sia possibile orientarsi nel mondo attuale della finanza planetaria, o magari solo ascoltare un bollettino sull’andamento delle borse, senza avere chiaro il fatto che Marx, lungi dal darci lezioni di economia politica, ci spiega che il nostro compito, culturale e politico, è quello di riuscire a esercitare una “critica dell’economia politica” (sottotitolo fondamentale per capire cosa troviamo nelle pagine del Capitale e, direi, in tutto ciò che Marx ha scritto).

Marx “inattuale”? Ci sono due sensi della parola inattualità. Quello ovvio che caratterizza che qualcosa è ormai invecchiato e non è più rilevante per i problemi del nostro tempo, e quello meno ovvio che indica l’esatto contrario, cioè qualcosa che abbiamo rimosso mentre ha a che fare non solo con la società in cui siamo ma soprattutto con quella società in cui vorremmo poter vivere e che ci sembra attualmente sbarrata. Basta pensare alla condizione culturale in cui ci troviamo, completamente dominata dall’idea di individualismo.

Marx mi ha insegnato che l’individualismo è il principale nemico e che tra l’idea di individuo e l’idea di soggetto c’è uno scarto drammatico. La chiusura nell’individualismo è la morte del soggetto perché c’è soggettività solo dove si realizza comunità e socializzazione. Ecco l’insegnamento “politico” che Marx ci trasmette, quanto di più inattuale immaginabile se solo pensiamo che oggi tutti noi viviamo dentro una bolla (possiamo chiamarla neoliberale ma non è il nome che conta) in cui ciascuno viene spinto a diventare imprenditore di sé stesso. Gli altri sono spariti o, se ci sono, diventano ostacoli sul cammino della pura e semplice realizzazione individuale. Marx va proprio nella direzione opposta e non stupisce che oggi risulti culturalmente rimosso.

Quanto alla mia vicenda personale, vorrei solo ricordare che ho combattuto la mia piccola battaglia contro coloro che sostenevano che la “vera” lettura di Marx, quella cosiddetta scientifica, consisteva nel buttar via ogni ciarpame filosofico relativo alla soggettività. Al contrario, io volevo evidenziare quel Marx che mi aiutava a capire come il “bisogno” sfondi ogni rigida concettualizzazione perché possiede una radicalità non negoziabile che fa tutt’uno con la politicità dei soggetti sociali.
Un Marx “rivoluzionario” per il suo stesso modo di pensare e che non può mai essere avulso dal rapporto con la storia. Non possiamo farlo diventare una figura di pensatore distaccato, un modello semplicemente intellettuale, il che ha reso sempre più difficile collocarlo negli apparati che disciplinano la nostra formazione scolastica. Con una battuta, direi che oggi Marx farebbe fatica ad avere successo in un concorso universitario.

Devo comunque giustificare la mia inziale esitazione. Non è facile, perché vi si coagulano diversi elementi che agiscono da freno. La domanda “Sei marxista?” già di per sé contiene una provocazione. “Sei ancora marxista?”, ecco la provocazione sottesa, che sarebbe come dire che oggi è strano, improprio e perfino inopportuno dichiararsi tale. Come negarlo? Marxisti si dichiarano, di solito, quelli che impettiti vogliono qualificarsi come irriducibili. Quasi fossero dei reduci impegnati a salvare le loro memorie di lotta, incuranti e magari masochisticamente desiderosi di vedere la loro rappresentanza politica ridotta al minimo. Ma c’è qualcosa di più. Esito (per poi dire di “sì”) perché considero da estinguere tutti gli “ismi”, compreso quello che risuona nella parola “marxismo”. È una parola che veicola tante vicende discutibili che corrispondono ad altrettanti tentativi di realizzazione, a partire da quella enorme vicenda che è stata la nascita dell’Unione Sovietica. Se rispondessi “No, sono rimasto marxiano”, farei sorridere anche me stesso, però è questo che dovrei dire e che ho cercato di tirar fuori in queste righe. Già, e se la domanda fosse “Sei comunista?”. È curioso, ma forse sarei meno imbarazzato nel dare una risposta affermativa. Se il comunismo, a quanto risulta, è qualcosa di impossibile e di ancora più inattuale, proprio per questo ne avverto nitidamente la sfida e l’urgenza.

Toyota di classe

di Slavoj Žižek

Una vecchia, deliziosa barzelletta sovietica su Radio Erevan (le barzellette di epoca sovietica si basavano su domande e risposte a questa radio, così chiamata dal nome della capitale armena, ndr) dice così: un ascoltatore chiede: “È vero che Rabinovi? ha vinto alla lotteria un’auto nuova?”, e la radio risponde: “Sì, in linea di principio, solo che non era un’auto nuova ma una vecchia bicicletta; ma non l’ha vinta, gliel’hanno rubata”. Non vale lo stesso per il Manifesto comunista?(…)
La reazione automatica dell’odierno progressista illuminato alla lettura del Manifesto è questa: il testo non è patentemente zeppo di errori empirici, sia nel quadro che fornisce della situazione sociale, sia riguardo alla prospettiva rivoluzionaria che sostiene e propala? È mai stato un manifesto politico così chiaramente falsificato dalla realtà storica a venire? Non è semmai, per essere generosi, un’estrapolazione gonfiata di alcune tendenze riscontrabili nell’Ottocento? Dunque, proviamo ad avvicinarci al Manifesto dal capo opposto: dove viviamo oggi, nella nostra società globale post-… (postmoderna, postindustriale?), lo slogan che si afferma sempre più è quello della “globalizzazione”: l’imposizione brutale di un mercato globale unificato che minaccia ogni tradizione etnica o locale, compresa la stessa forma dello Stato-nazione.

Ma rispetto a questa situazione, la descrizione che il Manifesto dà dell’impatto sociale della borghesia non è più attuale che mai?
“La borghesia – scriveva Marx – non può esistere senza rivoluzionare di continuo gli strumenti e, dunque, i rapporti di produzione, quindi tutti i rapporti sociali… Il continuo rivoluzionamento della produzione, lo scuotimento ininterrotto di tutte le condizioni sociali, l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca borghese da ogni altra… La borghesia, sfruttando il mercato mondiale, ha reso cosmopoliti la produzione e il consumo di tutti i paesi. Con grande dispiacere dei reazionari, ha tolto da sotto i piedi all’industria il terreno nazionale. Le più antiche industrie nazionali sono state – e ancora vengono, ogni giorno – annientate. Al posto dei vecchi bisogni soddisfatti con i prodotti del proprio paese ne subentrano di nuovi che esigono, per la loro soddisfazione, i prodotti dei paesi e dei climi più lontani. Al posto dell’antica autosufficienza e dell’antico isolamento, locali e nazionali, subentra un traffico di merci universale, un’universale dipendenza delle nazioni tra loro. E questo avviene nella produzione materiale come in quella intellettuale. I prodotti intellettuali delle singole nazioni divengono bene comune. La parzialità e la ristrettezza di vedute nazionali diventano sempre più impossibili, e dalle molte letterature nazionali e locali si forma una letteratura mondiale “. Non è questa la nostra realtà, oggi più che mai? Le auto Toyota vengono prodotte per il 60 per cento negli Stati Uniti, la cultura di Hollywood pervade le regioni più remote del globo…

Giungiamo al modo, supremamente paradossale, in cui funziona oggi l’ideologia. Essa si presenta esattamente come il proprio opposto, come critica radicale delle utopie ideologiche. L’ideologia dominante è oggi non una visione positiva di qualche futuro utopico ma una rassegnazione cinica, un’accettazione del mondo “per com’è davvero”, accompagnata dall’avvertenza che se vogliamo cambiarlo (troppo), non può che provenirne l’orrore del totalitarismo. Ogni visione di un mondo altro viene respinta in quanto ideologica. Alain Badiou descrive il fatto in modo meravigliosamente preciso: oggi, la funzione principale della censura ideologica non è sgominare una reale resistenza – a questo pensano gli apparati repressivi dello Stato – ma sgominare la speranza, condannare immediatamente a morte ogni progetto critico in quanto esso avvierebbe un percorso al termine del quale troveremmo i gulag o giù di lì.

Noi fedeli alla linea

di Rosalba Castelletti da Mosca

Vladimir Isakov è troppo giovane per ricordare la vita sotto l’Urss. Quando il primo Stato socialista al mondo collassò nel 1991, aveva solo quattro anni. Eppure è certo che il sistema teorizzato da Karl Marx sia “l’unica via di sviluppo possibile per la Russia”. Non è il solo. Sotto la spinta della crisi economica e della rabbia per la corruzione, nel Paese sempre più giovani si avvicinano all’opera del barbuto filosofo tedesco e al Partito erede del rivoluzionario Vladimir Lenin. “Impossibile scindere l’uno dall’altro. Marx enunciò la teoria, Lenin la tradusse nella pratica”.

Laureato in Storia a Tula, biondo, faccia pulita, Isakov è uno dei volti nuovi del Partito comunista russo. A soli 31 anni ha scalato diversi gradini fino a sedere nel Segretariato generale e al vertice del Komsomol, l’Unione comunista della gioventù. In completo scuro e spilla d’ordinanza del partito appuntata sulla giacca, ci accoglie nell’ufficio della sezione giovanile comunista al nono piano della Duma. Il profilo allungato di Lenin campeggia ovunque, anche sulla tazza in cui ci offre un tè. Tappa obbligata nella vita dell’homo sovieticus, quest’anno il Komsomol festeggia cent’anni e conta quattordicimila membri tra i quattordici e i trentacinque anni.
Per loro Josif Stalin è un eroe che ha vinto la Seconda guerra mondiale e industrializzato il Paese: “È morto con una divisa militare e 500 rubli di risparmi, ecco perché la gente crede in lui”. Depongono fiori alla sua tomba e al mausoleo di Lenin: “Non c’è bisogno di seppellirlo, è già sotto il livello della terra”. E credono che non sia stata l’ideologia a fallire nel 1991, ma i dirigenti di allora ad averla tradita. Sono loro il motore dello svecchiamento del Kprf, a lungo considerato il partito delle babushke e dei pensionati nostalgici delle bandiere rosse.

È per sfatare questo mito che, in vista delle ultime parlamentari, il Comitato centrale aveva lanciato una campagna immagine nazionale rivisitando in veste hipster gli idoli del pantheon comunista: Stalin con il vaporizzatore al posto della pipa, Lenin al portatile, infine Marx in jeans e chiodo che cita la celebre battuta di Terminator: “I’ll be back”, “Tornerò”. “Il messaggio è chiaro”, ci dice da San Pietroburgo Igor Petrygin-Rodionov, l’autore di volantini e manifesti. “Se hai dimenticato Marx, sarà lui a venirti a trovare perché prima o poi il capitalismo porta a cambi di regime e spargimenti di sangue. Il suo messaggio è moderno. Per questo l’ho vestito da figo”.

Ci sono anche i suoi poster alla mostra sul bicentenario della nascita di Marx inaugurata a fine aprile alla Duma da Jaroslav Listov. Classe 1982, vicecaposezione del Partito comunista per le politiche giovanili e segretario del Comitato centrale del Komsomol per le attività d’informazione e analisi, Listov ne è convinto: “Marx è tornato a fare tendenza”. Per l’occasione sfoggia sul petto una spilla argentata con l’icona dell’economista. L’ha comprata, ça va sans dire, alla stazione della metropolitana Marksistskaja. “Negli atenei si moltiplicano i circoli marxisti: ci si riunisce in un cafè e si legge Il Capitale. E l’Università statale di Mosca terrà un forum su Marx nel XXI secolo. Anche l’elettorato sta cambiando: la roccaforte di Putin sono gli anziani, la base dei comunisti sono i giovani che capiscono che non c’è speranza nel vicolo cieco del capitalismo e vogliono lottare per il loro futuro”.

Eppure il Partito comunista non ha fama di combattente. Viene accusato di far parte della cosiddetta “opposizione sistemica” che oppone solo una resistenza di facciata al Cremlino. Anastasja Bajbikova, trentuno anni, segretaria del Comitato centrale del Komsomol e responsabile del Sindacato indipendente degli studenti, nonché deputata di Belgorod, è d’accordo solo parzialmente. “Il Partito si attiene alle dinamiche parlamentari, il Komsomol preferisce la piazza. Soprattutto nelle province. A Belgorod abbiamo fermato l’abbattimento della foresta locale. In molte città ci battiamo perché le strade vengano intitolate ai nostri eroi. E abbiamo creato l’unico sindacato degli studenti, grazie al quale liceali e universitari possono far sentire la loro voce senza temere ripercussioni”. Per Isakov è un ritorno alle origini. “Il partito fu fondato da ventenni che credevano nell’ideale romantico della Rivoluzione”. Ma non vuole portare indietro l’orologio. “Non cerchiamo cambiamenti bruschi, ma graduali. Sulle orme di Marx, vorremmo riportare il lavoratore al centro della politica. Forse è la speranza che vince sull’esperienza”.