Sul Corriere di ieri è stato pubblicato questo editoriale, utile alla discussione sul futuro della Regione

C’è un Veneto che, purtroppo, perde. Il Teatro Stabile che perde la qualifica di Teatro Nazionale. Il Tokamak di Marghera, un’occasione unica per portare ricerca, investimenti di qualità, dentro una nuova idea di Venezia. Per non parlare di Sfmr. Di capitali della cultura. Di crisi di alcune grandi imprese. Del fatto che non abbiamo più banche. Il Veneto non è solo questo, intendiamoci. Ci sono tante vittorie venete, ma sono più spesso individuali, legate alla capacità, all’istinto, all’eroismo, dei singoli.

Il sistema Veneto, invece, quando entra in campo perde spesso. È una connotazione culturale, la capacità di far bene da sé, ma senza spirito di squadra? È il piccolo cabotaggio di chi preferisce combattersi invece che unirsi? È l’invidia, il mors tua vita mea, la cecità delle rendite di posizione peraltro sempre meno lucrose? È un problema di classe dirigente, non all’altezza? Sono tante cose insieme, che si sublimano in un vittimismo infantile, per cui la colpa è sempre di qualcun altro, di Roma, dell’Europa, dei marziani. Mai un esame di coscienza? La verità è che il Veneto è sopravvissuto a una crisi senza precedenti, è ripartito, ma con una scala più piccola, più agile per imprese individuali ma più periferica nel mondo, quasi come non esistesse più un Nordest ma un Ovest regionale sempre più satellite di Milano e un Est regionale fatto di aree benedette (dal vino) o cannibalizzate (dal turismo) ma senza continuità.

È la trasformazione del globo, con tutta l’Europa in difficoltà, migrazioni epocali, la ricchezza che si sposta, ma è anche un’inerzia locale, senza coraggio.

Il Veneto, adesso, deve porsi la domanda bella del suo futuro, imparando qual-cosa da queste sconfitte, senza ridicoli muscolarismi. Cosa vuole essere il Veneto tra dieci, venti, cinquant’anni? Vuole essere una Svizzera? Impossibile, senza finanza. Vuole essere un Belgio? Impossibile, senza le istituzioni. Vuole essere Milano? Impossibile, senza i media e le dimensioni cittadine. Deve attrarre investimenti, occasioni, saper dialogare con Roma e con l’Europa, essere appetibile per i grandi contesti internazionali. Deve alleare l’imprenditoria in nuovi progetti grandi, valorizzare le proprie città, capirne la centralità, soprattutto di Venezia e Marghera.

E poi deve essere il Veneto, inventarsi un modello possibile, esportabile, unico al mondo, come hanno fatto i nostri vecchi cinquanta, sessant’anni fa, sul niente. Un modello che non rinneghi mai il benedetto policentrismo che evita le megalopoli, mitiga i disagi urbani, consente una qualità della vita e della società, un controllo del territorio ancora ottimo (salvo in alcune aree, come Mestre, in fortissima crisi). Ma che coniughi un’eccellenza infrastrutturale di spostamenti e logistica, una concentrazione sapiente di istituzioni e università, per rafforzare senza atomizzare, ridurre a poltiglia.

Un Veneto che guardi al Nord con il Brennero ma ritorni a essere la porta verso Est, lì dove si spalanca un mondo di opportunità. Il mondo è la sfida; il mondo che premia le aziende che esportano ma anche tutte le istituzioni capaci di «esportarsi» (anche in ambito culturale, come Fenice o Biennale) e boccia il localismo, la paura, l’arretratezza.

Giovanni Montanaro

11 Aprile 2018