I 55 giorni di Moro

di EZIO MAURO

La mattina del 16 marzo 1978 il presidente della Dc esce di casa. Alla Camera sta per giurare il primo governo con l’appoggio del Partito comunista. È il suo capolavoro politico. Quella stessa mattina un commando delle Brigate Rosse lo sta aspettando. Così incominciano i 55 giorni più lunghi della nostra storia

Vento freddo di marzo quel giovedì mattina, il 16, cinque minuti prima delle nove, in via del Forte Trionfale a Roma. Sette gradi, umidità 72 per cento. Le due auto erano già in formazione, l’una dietro l’altra coi motori spenti nel piccolo ingresso del numero 79. Oggi il cancello rinchiude la normalità a mattonelle rosse di un condominio borghese, anche se allora – quarant’anni fa – nel cassetto del tavolino dentro la guardiola c’era sempre un moschetto “Beretta” in sicura, ma col caricatore inserito, pronto. Gli uomini delle due scorte parlavano tra di loro, uno posò un thermos grigio pieno di caffè sul pianale dell'”Alfetta”: la giornata prometteva di essere lunga. Dalla portiera aperta della “130” si vedeva l’interno di pelle chiara, il pacco di giornali in ordine sul sedile posteriore, il dorso rigido delle tesi di laurea rilegate, due spazzole per lucidare le scarpe che spuntavano dalla tasca sullo schienale. Quando Aldo Moro scese, dopo essere uscito per l’ultima volta di casa, le Brigate Rosse lo stavano già aspettando, ognuno al suo posto sul luogo dell’agguato.

Era vestito come sempre, anche se quello era un giorno importante per lui: il solito doppiopetto scuro, un po’ lungo, la camicia a righe sottili col monogramma stampatello (“am”) sotto il panciotto, una cravatta blu con disegni democristiani, due gemelli d’oro ai polsini. Avrebbe voluto passare da “Hausmann”, in centro, per far riparare il cinghietto dell’orologio, ma alle 8 si accorse che il mattino era troppo pieno e cambiò programma. Doveva andare alla Sapienza, dove lo attendevano dieci tesi di laurea da discutere in giornata con i suoi allievi di procedura penale. Ma prima, doveva fermarsi alla Camera dove prendeva forma proprio quel mattino alle 10 il suo capolavoro politico, prima tappa concreta del disegno strategico moroteo per una democrazia finalmente compiuta, capace di realizzare anche in Italia un’alternanza tra centro e sinistra. E’ il quarto ministero Andreotti, all’apparenza un monocolore democristiano qualsiasi, in realtà il primo governo dal 1947 con l’appoggio del partito comunista. Oggi giura, ma è stato sul punto di naufragare prima di nascere.
La destra Dc rumoreggiava e l’ultimo giorno di febbraio, quando si sono riuniti in conclave i 400 parlamentari del partito, è andata direttamente all’attacco di Moro, accusandolo di fare il gioco dei comunisti. Lui alla fine li ha convinti, con la voce un po’ roca per l’influenza e con un lungo discorso che si è preso i voti, ma ha lasciato sospesi nell’aria i dubbi della Dc: “un arabesco moroteo, un cesello – scuoteva la testa ascoltandolo uno dei parlamentari di destra più critici, Massimo De Carolis -, pura arte bizantina”.  Infine il governo ha giurato al Quirinale, in un quarto d’ora, nonostante lo “sgomento” dei comunisti chiamati a votare una lista di ministri deludente, con Bonifacio alla Giustizia, Stammati ai Lavori Pubblici, Forlani agli Esteri e Cossiga agli Interni. Forse per un ringraziamento, o meglio per una benedizione, adesso mentre sale in auto Moro dice all’appuntato Domenico Ricci che guida, e al maresciallo Oreste Leonardi che vigila su di lui da 15 anni, di portarlo alla chiesa di Santa Chiara, in piazza dei Giochi Delfici, in tempo per la messa, appena iniziata.Si è congedato dalla sua casa al quarto piano coi gesti di sempre, prima di chiudere la porta con la chiave dopo aver salutato il nipotino Luca, di 4 anni, che aveva dormito dal nonno e quel mattino la madre Maria Fida era venuta a riprendere: l’ultima foto di Moro è scattata proprio dalla figlia per finire il rullino, mentre è seduto con Luca a colazione. L’altra figlia Agnese è già in ufficio alla Cisl, la moglie Eleonora ha raggiunto a piedi la parrocchia di San Francesco dove insegna catechismo, il figlio Giovanni è appena uscito per il lavoro, lo ha salutato attraverso lo specchio del bagno mentre lui si faceva la barba: l’ultimo ciao di famiglia, col volto insaponato.

Avevano chiacchierato sui divani del salotto la sera prima, come capitava spesso, quando Moro era tornato a casa come al solito molto tardi e dopo la cena (quasi sempre formaggio, verdura, un bicchiere di vino) prima di andare a dormire si era seduto sotto la grande lampada per finire di leggere le carte stipate nelle cinque borse che lo seguivano sempre in auto, tra casa,  l’ufficio e il partito.Nel suo studio in via Savoia aveva avuto una riunione fino alle 10 di sera con i collaboratori di sempre, e per scrupolo aveva incaricato Tullio Ancora di tranquillizzare attraverso Luciano Barca il segretario del Pci, Enrico Berlinguer, sui ministri troppo chiacchierati e la mancanza di novità nel governo: si trattava di una prima tappa,  l’importante era partire e tenere la guida nel percorso e soprattutto in questa fase bisognava avere una flessibilità costruttiva, formula morotea al cento per cento. Poi era rimasto fino alle 11 sul marciapiede con la cartella in mano a parlare a bassa voce col fidatissimo segretario Nicola Rana, solo loro due.

Problemi di sicurezza, qualche allarme confuso che aveva portato nel pomeriggio il capo della polizia Giuseppe Parlato in via Savoia per un breve colloquio, con la proposta di estendere la scorta anche qui, davanti all’ufficio privato, dove un mese prima era stato fermato un certo Moreno, di nome Franco, che guardava con insistenza sospetta le finestre dello studio.Qualche timore, dunque, l’ipotesi di chiedere un’auto blindata. Oggi Rana nega che quella sera Moro avesse paura. Ma il figlio del presidente Dc, Giovanni, rivela un’inquietudine che nasceva da lontano: “Mentre la guerra fredda stava finendo mio padre cercava una strada nuova per far uscire l’Italia dallo schema che la condannava a essere un microcosmo del mondo di Jalta diviso in due. Questo progetto di una democrazia dell’alternanza aveva una quantità di nemici, interni ed esterni, che lo vedevano come un pericolo. Ma in realtà lui era a rischio da molto tempo, sull’orlo della scomunica per l’apertura ai socialisti, avversario del governo Tambroni, bersaglio dei tentativi di colpo di Stato del generale De Lorenzo e di Edgardo Sogno. Questi nemici erano anche a sinistra, ma soprattutto a destra. Penso che lui ne fosse pienamente consapevole”.

I due brigatisti Adriana Faranda e Valerio Morucci

I brigatisti non sanno tutto questo, mentre vanno a dormire tardi, l’ultima notte. Da cinque mesi preparavano il sequestro, da un anno studiavano Moro pedinandolo ad ogni passo, da tre cercavano il cuore dello Stato per colpirlo. Nella loro predicazione ideologica, da quando le Br erano nate all’inizio del decennio alla Pirelli e alla Siemens di Milano, la Dc e lo Stato imperialista coincidevano in un progetto antiproletario al servizio della reazione. E la Dc era per i terroristi una specie di mostro a tre teste, quelle di Andreotti, Fanfani e Moro, quasi intercambiabili: non avevano studiato a fondo il partito, non coglievano differenze all’interno, non distinguevano tra la destra democristiana e la sinistra cattolica. Ma pensavano che il rapimento di un leader democristiano avrebbe consentito di inscenare un “controprocesso”, da opporre al processo ai capi storici delle Br, Curcio e altri quattordici, che stava per ricominciare a Torino, totem simbolico di tutta l’area rivoluzionaria.

La prima “inchiesta”, come il gergo terroristico chiamava gli appostamenti e i pedinamenti, fu su Andreotti. I milanesi (Mario Moretti, Franco Bonisoli) erano scesi nella capitale per mettere in piedi la colonna romana, avevano affittato il “covo” di via Gradoli, avevano comprato la casa di via Montalcini che diventerà la prigione di Moro. Valerio Morucci e Adriana Faranda “accompagnavano” ogni giorno Andreotti nei suoi spostamenti tra casa e ufficio, spesso pranzavano al buffet della trattoria “da Renato” in via Paola, dove mangiava anche la scorta del leader Dc: tutto troppo affollato, troppo centrale, troppo rischioso. Stesso giudizio per Fanfani: troppo difficile. Hanno da tre anni un ritaglio di giornale, che parla di Santa Chiara come la chiesa di Moro. Passano dal sagrato tre volte in un mese, osservano e aspettano ma non vedono niente, pensano a una falsa pista, stanno per cambiare obiettivo.

Poi un mattino Bonisoli dal finestrino dell’autobus che lo porta in centro da via Gradoli, vede un’auto blu parcheggiata in piazza dei Giochi Delfici con la scorta in attesa, scende ed ecco che tra il suono delle campane Aldo Moro esce dal portone di Santa Chiara, col suo modo di camminare un po’ curvo, mentre con la mano sinistra tiene chiuso il bavero del cappotto. Lo controllano, registrano che i suoi passaggi da quella chiesa per la messa stanno diventando più frequenti, quasi costanti. Morucci e Faranda si incaricano di verificare tutto da vicino, la scena e l’attore inconsapevole. Entrano dopo di lui, lo vedono inginocchiato nel primo banco, con solo due agenti alle spalle, gli altri fuori. Lo osservano mentre fa la comunione, pensano che rapirlo in quelle circostanze e fuggire dall’uscita lassù in fondo all’androne consentirebbe di “neutralizzare” i due uomini di scorta, senza uno scontro a fuoco. Ma ci sono i vigili fuori, madri che portano i figli a scuola, tre agenti che lo aspettano, la via di fuga può diventare complicata e pericolosa.

Riguardano tutto il tracciato del percorso abituale di Moro, da casa al partito, dall’ufficio a casa. “Ogni giorno ritorniamo più indietro – racconta oggi Adriana Faranda – analizziamo metro per metro il percorso, le case di fianco, il traffico, le fermate degli autobus, i balconi”. Misurano i tempi, controllano la velocità delle auto, prefigurano la meccanica dell’assalto per scegliere il luogo più adatto, scampare i pericoli, evitare le trappole. Ecco qui. C’è un tratto di strada in leggera discesa, senza negozi e senza scuole, con un bar a sinistra chiuso dopo il fallimento, una siepe davanti, uno stop all’incrocio e una via laterale di fuga, dove una curva nasconde subito tutto. La targa bianca sull’angolo ha un nome sconosciuto agli italiani: via Fani.

Aldo Moro sale a bordo della sua Fiat 130 accompagnato dagli uomini della scorta

Sarà la sigla eterna degli anni di fuoco, capace da sola d riassumere un decennio terribile per l’Italia, che si apre e si chiude con due stragi ancora senza una verità conclusiva, piazza Fontana coi 17 morti e gli 88 feriti del 12 dicembre 1969, e la stazione di Bologna con gli 85 morti e i 200 feriti del 2 agosto 1980. Una selva insanguinata di duecento sigle armate che scendono in strada, un clima di violenza che nel decennio ha fatto più di 600 morti e 3 mila feriti: nei cinque anni a cavallo del caso Moro (1976-1980) ci saranno 9.673 azioni violente, con una media di cinque episodi al giorno, qualcosa di inconcepibile per un Paese democratico.

Quel giovedì mattina Moro è il punto d’arrivo di questa macchina infinita di sangue, il culmine di questa teoria impazzita nella metà campo della sinistra. I brigatisti in quel momento sono più di 200, tra i clandestini  – i cosiddetti “regolari” – e quelli che si mimetizzano in una vita normale, organizzati in 4 colonne a Milano, Torino, Genova e adesso Roma. Hanno i soldi perché si sono appena autofinanziati sequestrando l’armatore Pietro Costa, rilasciato dopo il pagamento di un riscatto di un miliardo e 300 milioni. Prima di spenderle hanno anche dovuto lavare le banconote una ad una, appenderle alle corde stese per tutta la casa e poi stirarle, perché erano impregnate di una sostanza luminescente che le rendeva riconoscibili.

Quando hanno scelto via Fani come il teatro della loro azione più clamorosa, gli uomini delle Br si sono accorti che proprio nel punto-chiave, all’incrocio con via Stresa, apre i battenti ogni mattina il furgone-bancarella del fioraio Antonio Spiriticchio. E’ un ostacolo da eliminare. Così la notte prima i brigatisti Bruno Seghetti e Raffaele Fiore vanno in centro dove abita il fioraio in via Brunetti, trovano il furgone, nel buio bucano e lacerano con un punteruolo tutte e quattro le gomme e lo rendono inservibile: domattina non potrà partire come al solito per via Fani, l’incrocio è libero. L’azione è incominciata. Poi la notte stessa dentro i covi i terroristi romani fanno conoscenza con quelli venuti da fuori, si dividono i compiti, rispondono alle ultime domande, controllano le armi, ripassano insieme il piano maniacale dell’agguato, che punta sulla sorpresa, sulla velocità, sull’annientamento, sul vantaggio decisivo della prima raffica. Il passaggio dalla chiesa di Santa Chiara a via Fani ha infatti cambiato la natura tecnica dell’operazione, quello era un prelevamento, questa è un’operazione militare dove prevale chi annienta l’avversario, decidono le armi. Il massacro è nel conto.

Tutto era stato deciso a Velletri, un mese prima del sequestro, nel febbraio. Lì, riunito in una base della colonna romana, il vertice delle Br vara la risoluzione strategica che dà il via all'”Operazione Fritz”, come viene battezzato il rapimento  Moro, per la frezza bianca tra i capelli del presidente Dc. Gli obiettivi della lotta armata indicati dal documento sono due: la lotta alla dc come avversario capitale del movimento operaio, architrave del sistema repressivo da abbattere, e la liberazione dei brigatisti arrestati nelle carceri di massima sicurezza.

Il processo alle Brigate Rosse che si svolge a Torino. Le udienze sono iniziate pochi giorni prima del sequestro

E’ la calamita politica del processo ai brigatisti di Torino, una delle capitali della violenza. I capi storici sono dietro le sbarre, con Renato Curcio, il processo è ricominciato giovedì 9 dentro la caserma Lamarmora trasformata in aula bunker, con i 15 imputati divisi in due gabbioni che ascoltano i capi d’accusa rispondendo con un comunicato di minaccia ai giurati. Formare la giuria è stato un calvario. All’inizio del mese solo 5 tra i 110 cittadini estratti avevano accettato l’incarico, ma sono subito diventati quattro perché le Br hanno individuato un operaio Fiat che aveva detto di sì e lo hanno minacciato, telefonandogli a casa, mostrando di conoscere il suo indirizzo, costringendolo a rinunciare. Una parte della città si mobilita, il comitato antifascista torinese invita gli estratti ad accettare dando prova di coscienza civile, c’è polemica sul gran rifiuto della città operaia. Alla fine si trovano i nomi  per partire, tra gli insulti e le minacce dalle gabbie. Tra i giurati c’è Adelaide Aglietta, segretario del partito radicale: “Anche se ho paura, ho deciso di accettare”.

Ma venerdì 10, il giorno dopo l’apertura del processo, a Torino due giovani scendono da una 128 guidata da una donna in zona Vanchiglia, il “borg del fum”, della nebbia: si avvicinano alla fermata del tram e freddano con un colpo alla nuca il maresciallo dell’antiterrorismo Rosario Berardi che era appena uscito di casa. Nella gabbia del processo ci sono due terroristi che lui aveva arrestato in un covo in via Pianezza, Tonino Paroli e Arialdo Lintrami. Quei colpi risuonano nell’intera città, e da Torino attraversano il Paese.

E’ un Paese stordito e sgomento quello in cui si immerge l’auto di Moro nei primi metri del suo ultimo viaggio, verso una finta normalità che convive con l’emergenza quotidiana, dov’è in agguato la tragedia. Gli aeroporti funzionano a singhiozzo per l’agitazione dei piloti, il debito del Comune di Roma è arrivato a 5 mila miliardi, il ministero degli Interni ha appena presentato l’agente Morfax, un robot antiguerriglia che può salire e scendere le scale, accendere la luce, usare i raggi X. Intanto in Svizzera qualcuno ha trafugato la salma di Charlie Chaplin, lasciando vuota la tomba al cimitero di Corsier su Vevey, in Vaticano il cardinal Poletti denuncia come “blasfema e sacrilega esaltazione erotica” il dramma lirico “Sancta Susanna” messo in scena all’Opera di Roma, i medici ospedalieri minacciano di fermarsi per Pasqua. Il procuratore Bartolomei sequestra per la terza volta il film di Liliana Cavani “Al di là del bene e del male”, esce nelle sale “Ecce Bombo” mentre a Milano un ladro ruba dal furgone di un corriere le bozze corrette dell’ultimo romanzo di Paolo Volponi, “Il pianeta irritabile”.

Il brigatista rosso Mario Moretti, tra i fondatori della colonna romana

Non accendono il lampeggiante, gli uomini della scorta di Moro, non azionano la sirena partendo per il loro ultimo viaggio. C’è tempo. Quando hanno avviato il motore appena il presidente Dc è salito a bordo, e si sono affacciati sulla strada, gli agenti non sapevano che Mario Moretti, il capo delle Br, era appena passato lì davanti, in via del Forte Trionfale 79, per controllare che non ci fossero sorprese, contrattempi, allarmi. Cercava le due auto: quando le ha viste in attesa, una dietro l’altra, ha fatto il giro completo delle varie postazioni terroristiche, per l’ultima verifica, e ha dato l’ok definitivo a ciascuno. E’ il giorno giusto, nessun imprevisto, nessun dubbio, l’agguato preparato da mesi può scattare.

Giulio Andreotti con il presidente Giovanni Leone durante il giuramento del suo governo, il 16 marzo 1978

Per le Brigate Rosse questa è una giornata capitale nel loro calendario ideologico di guerra. Moro si muove nel calendario civile di una democrazia occidentale, per lui è un giorno importante per la vicenda politica che ha costruito e oggi lo aspetta alla Camera. Il tempo dell’ideologia e il tempo della democrazia stanno per scontrarsi in una strada di Roma, tra i passanti del mattino, all’ora del primo caffè. L’uomo chiave del nuovo equilibrio politico è anche  l’uomo simbolo del potere da abbattere, e adesso è soltanto un uomo silenzioso che sta sfogliando i giornali, come se fosse un giovedì normale. I due autisti frenano entrando in via Fani, scalano la marcia e ripartono, non sanno che questa è la loro ultima curva.  Ma ecco il profilo della “130” che spunta laggiù in fondo, poco dopo appare l'”Alfetta” che la segue. Ed ecco Rita Algranati che ha già visto le auto, alza e abbassa il mazzo di fiori che ha in mano. E’ il segnale che spalanca l’abisso italiano. Tutto è incominciato così, coi fiori che danno la parola alle pistole.

Via Fani ore 9.02, tutto è già finito: l’agguato a Moro

È il 16 marzo 1978. I brigatisti si sono svegliati presto, hanno fatto colazione e hanno ripassato il piano. È un’operazione militare “perfetta”: il presidente della Dc e la scorta finiscono in trappola. Cadono cinque agenti. Sull’asfalto, 93 bossoli e un paio di baffi finti. In tre minuti l’Italia piomba nell’incubo. E in quarant’anni di misteri

Alle sette del mattino Valerio Morucci e Franco Bonisoli avevano fatto colazione nell'”ufficio”, come le Br chiamavano le due stanze e cucina di via Chiabrera, covo dell’ultima notte. Poi avevano indossato le divise azzurre da aviere che Adriana Faranda aveva comperato da quindici giorni per 42 mila lire da Cardia, un negozio specializzato in via Firenze 57. Mentre Raffaele Fiore si calava in testa il berretto blu con la visiera uscendo in maglione e camicia bianca dalla casa di Bruno Seghetti, Prospero Gallinari nella base di via Montalcini controllava le mostrine dorate che Anna Laura Braghetti aveva cucito due giorni prima sulla sua divisa. Le armi a canna lunga erano dentro un borsone scuro sul quale i brigatisti avevano appiccicato una scritta verde autoadesiva: Alitalia. Infilarono gli impermeabili blu, per nascondere le pistole che portavano addosso. Gallinari si versò ancora una tazza di caffè, in piedi nella cucina schermata dalle grandi tende chiare. Uscirono alle 7,45, come ordinava il piano, calandosi nella mappa stradale che portava alla tragedia e trasformava quel giovedì di marzo in una carneficina. Erano i quattro del gruppo di fuoco.

Adesso, 40 anni dopo, ogni volta che incontra gli assassini di suo padre e dei 5 uomini della sua scorta Agnese Moro parte da una domanda: “Come avete potuto mettervi la sveglia, dormire, alzarvi per andare a uccidere”? Lo hanno fatto, quel giorno. Escono dai covi dove Adriana Faranda accende subito la radio sulle frequenze delle pattuglie di polizia e carabinieri, per cogliere allarmi, sorprese, conferme, mentre la Braghetti si sintonizza immediatamente sui notiziari radio e tv, tutti accesi a basso volume, aspettando la notizia. Moretti e Balzerani si sono mossi prima, lasciato il covo di via Gradoli hanno percorso ancora una volta via Fani, senza registrare nessun intoppo. Alle 8 e mezza ciascuno è al suo posto, per l’ultimo ok di Moretti. Rita Algranati più indietro di tutti, su in alto, per avvistare per prima le due auto, dare il segnale e andarsene subito con la “Vespa” già posteggiata sul marciapiede. Barbara Balzerani a due metri dallo stop decisivo, con paletta e “Skorpion” sotto il giaccone, pronta a fermare il traffico che sale su via Stresa, Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri già  sulla “128” blu che dovrà bloccare la strada mettendosi di traverso con via Madesimo, i quattro attentatori in attesa dietro la siepe del bar Olivetti (sbarrato dopo il fallimento) come se aspettassero un pullman, ma con le armi pronte nel borsone già aperto.

Il corpo senza vita di uno degli uomini della scorta di Aldo Moro

La “130” blu ministeriale targata Roma L59812 ha appena svoltato in via Fani. Ha 87.176 chilometri, un bollo fino ad agosto, l’assicurazione scaduta il 31 dicembre ’77. La guida come sempre l’appuntato dei carabinieri Domenico Ricci, di 43 anni, che è andato a prenderla stamattina presto nel garage del governo a piazzale della Radio, seduto di fianco c’è il maresciallo Oreste Leonardi, 52 anni, detto “Judo”. Moro è dietro, accanto a due fascicoli pieni di fogli posati sul sedile e una 24 ore appoggiata sul pianale, con un’altra cartella marrone dove sono le carte del suo capolavoro politico, le larghe intese. Pochi giorni prima le aveva spiegate con queste parole in un lungo incontro con Eugenio Scalfari: “Se continua così, questa società si sfascia, le tensioni sociali non risolte politicamente, prendono la strada della rivolta anarchica, della disgregazione. Se questo avviene, noi continueremo a governare da soli, ma governeremo lo sfascio del Paese, e affonderemo con esso”.

La prima pagina dell’edizione straordinaria di Repubblica del 16 marzo 1978

Adesso sta sfogliando i giornali sull’auto che corre verso la sua profezia: legge i titoli dello scandalo Lockeed, sono state appena depositati gli atti di 5 mila pagine, un ex diplomatico dice che proprio lui è Antelope Coppler, donna Vittoria Leone, moglie del presidente della Repubblica, è stata interrogata dal giudice istruttore per rendere conto dell’assegno 4/9006991 ad Antonio Lefebvre per 140 milioni. Moro scorre il titolo su Beirut bombardata da Israele in risposta al raid dei fedayn, sfoglia la pagina su Msitislay Rostropovic che non potrà più tornare in Urss perché privato della cittadinanza sovietica per il suo “impegno antipatriottico”, vede la polemica del sindaco Argan col Vaticano: “Basta con Roma città sacra, mi interessa solo che sia una città colta”. Volta pagina mentre una “128” familiare bianca, targata CD 19707, entra in strada e si mette proprio davanti alla “130”: la guida Mario Moretti, il capo delle Brigate Rosse.

Tre auto stanno correndo in colonna verso quei settanta metri finali d’asfalto che i terroristi hanno scelto come teatro del loro attacco e che diventeranno il paesaggio fisso della più grande tragedia politica italiana del dopoguerra. La “130” di Moro, l'”Alfetta” beige targata Roma S93393 che la segue con tre uomini di scorta, la guardia Giulio Rivera di 24 anni, l’agente Raffaele Iozzino di 25, il brigadiere Francesco Zizzi, 30 anni, che è al suo primo giorno di lavoro nel “servizio di tutela”: davanti, quella “128” con la targa diplomatica si muove come se guidasse il convoglio, è l’unica che sa cosa sta per accadere, sembra un’auto di famiglia e tra poco farà  da innesco a un vero e proprio piano di battaglia. Rallenta per creare il vuoto con le macchine che la precedono, accelera perché le due auto di Moro non la superino. Deve arrivare per prima nel luogo dell’agguato: per prima e con le due scorte a brevissima distanza. Mancano pochi metri, la strada scende, si vede l’incrocio, ecco il punto. E’ qui.

Una pistola a terra in via Fani, dopo l’agguato

Moretti mette l’auto leggermente di sbieco per occupare più spazio sulla strada, poi frena di colpo. Le due macchine dietro inchiodano, l’autista di Moro, Ricci, fa in tempo a gesticolare per quella manovra improvvisa. Ma dalla siepe verde davanti al bar Olivetti stanno già venendo fuori i quattro avieri, arrivano, è il momento dell’inferno, le 9,02.

Hanno preso i mitra dalla borsa, hanno tolto la sicura, stanno correndo per attraversare la strada. Non c’è tempo per reagire, forse neppure per capire, nemmeno per afferrare il microfono della ricetrasmittente e lanciare un allarme. Parte una raffica per l'”Alfetta”, dall’alto in basso, prima davanti poi dietro. In contemporanea, scatta l’attacco alla “130”, un’altra raffica per colpire Leonardi, il caposcorta, che si volta all’indietro per tentare di proteggere Moro e viene freddato in quella posizione da nove colpi, l’ultimo arriva al cuore bucando il portafoglio nella tasca della giacca, senza che il maresciallo possa impugnare la sua Colt 38 Cobra. C’è un urto, doppio: l’autista dell'”Alfetta”, Rivera, mentre si accascia colpito a morte da otto proiettili toglie il piede dalla frizione, l’auto tampona la “130” e la manda a sbattere contro il parafango della “128” brigatista. Groviglio a tre, il convoglio è paralizzato. Balzerani ha imbracciato la Skorpion e sta bloccando il traffico in basso, Casimirri e Lojacono, coi baffi finti, chiudono lo spazio in alto, con le armi in pugno in mezzo alla strada. Sono i due “cancelletti” brigatisti che recintano la zona della morte.

In quel rettangolo d’asfalto c’è spazio solo per gli spari. Nel massacro Moro è paralizzato, schiacciato contro lo schienale dell’auto in mezzo al fuoco, con la mano alzata per proteggersi dalle pallottole, che non sono per lui, e dalla grandinata dei cristalli fatti a pezzi che volano ovunque, insanguinandogli superficialmente le dita. Ha visto tutto, non si è accovacciato, forse il maresciallo Leonardi è riuscito a dirgli qualcosa prima di scivolare morto sul sedile davanti, proteso verso di lui e voltato verso gli assassini, dentro quell’abitacolo attraversato dai proiettili, trasformato in trappola.

Morucci si avvicina all’autista, Ricci, rompe il vetro della portiera ma quando preme il grilletto non sente più il mitra vibrare, si è inceppato, come quello di Bonisoli. Anche Fiore non riesce a sparare col suo M12 che si era portato da Torino in valigia. Allora Ricci tenta di portar via la “130” cercando a colpi di coda e di punta di aprirle un varco nel tamponamento a tre che la blocca. Avanti e indietro sbattendo tra le lamiere. Ma proprio lì di fianco c’è una “Mini” familiare (si scoprirà che è di una società collegata ai servizi) che occupa spazio: e Moretti, che nel piano avrebbe già dovuto essere sceso armi in pugno per aiutare il commando, sta tirando il freno a mano della “128” familiare e schiaccia fino in fondo il freno a pedale per bloccare la “130”, impedirle la manovra. Finché Morucci cambia il caricatore del suo FNAB-43, si avvicina e scarica una raffica mortale su Ricci. Tutto si ferma, i motori si spengono.

Una delle borse rimaste a terra dopo la strage di via Fani

Tra gli spari, si apre la porta posteriore destra dell'”Alfetta” e l’agente Raffaele Iozzino si getta in strada con la pistola in pugno. Non si ripara dietro l’auto, cerca I terroristi, punta la Beretta calibro 9 e riesce a sparare due colpi. Bonisoli, che ha il mitra inservibile, prende la pistola, tende il braccio  e lo colpisce da due passi. Cade sull’asfalto con le braccia spalancate, il volto verso il cielo grigio, il revolver a un metro di distanza. Mentre Gallinari lascia il mitra TZ45, prende la pistola che portava alla cintura e spara verso gli agenti riversi nelle due auto che si muovono ancora, Moretti e Fiore spalancano la porta posteriore della “130” (sul pianale resterà l’impronta della mano di Fiore), afferrano Moro per il braccio sinistro e lo fanno scendere dall’auto. Arriva Bruno Seghetti alla guida della “132” blu rubata tre giorni prima, apposta per la fuga. Caricano Moro sul sedile posteriore, non dice una parola, Fiore è accanto a lui, Moretti davanti. L’auto parte, accelera e risale via Stresa, concludendo l’azione dopo tre minuti esatti. Sono le 9,05 quando Morucci torna indietro, afferra le due borse di Moro appoggiate sul pianale posteriore e le porta via. Resta sospeso il rombo di una moto Honda che due testimoni vedono partire per via Stresa subito dopo l’agguato, con due persone a bordo che forse sparano per copertura, mai identificate. Così come non si è mai saputo più nulla di un rullino di fotografie scattate da un appartamento che si affacciava su via Fani, consegnato al giudice Infelisi e andato perduto.

In via Fani adesso c’è il silenzio della morte, rotto solo dal rantolo di Francesco Zizzi, il vicebrigadiere, che respira ancora. Sull’asfalto, attorno al cadavere di Iozzino rimangono nel sangue 93 bossoli (49 sono di un’unica mitragliatrice, e fanno pensare a un killer professionista, 22 di un’altra) il borsone vuoto delle armi, un cappello da pilota Alitalia capovolto, un paio di baffi finti, l’impronta di una tragedia umana e politica che durerà per sempre ma che è appena incominciata, con cinque morti nel suo primo atto.

Hanno sparato per ammazzare, l'”operazione Fritz” ha un impianto militare che innesca un meccanismo politico, il prelevamento dell’ostaggio prevede l’annientamento totale della scorta. Si sono addestrati nei fossi di campagna, in montagna nelle cave, in qualche grotta, nel giardino di una casa fuori mano a Velletri, in riva al mare. Per costituire il gruppo di fuoco hanno scartato le reclute, scegliendo soltanto chi aveva già preso parte ad assalti terroristici armati. Sorpresa, rapidità, ma anche disponibilità ideologica al massacro: basta guardare la carcassa delle due auto di Moro oggi, quarant’anni dopo, passare le dita tra la ruggine sui fori dei proiettili che hanno fatto saltare i vetri, bucato il parabrezza, attraversato la carrozzeria.

Cittadini in piazza dopo la strage

Adesso stanno scappando. C’è un ex appuntato di polizia, Antonio Buttazzo, che li insegue con la sua auto, li tallona per 500 metri, vede nel lunotto un uomo che si dimena sul sedile posteriore, gli sembra di distinguere una mano che gli appoggia qualcosa di bianco sul viso: forse un tampone. Alle 9,03 era arrivata la prima telefonata alla polizia per segnalare gli spari in via Mario Fani, un minuto dopo un’altra chiamata avvertiva che Moro era stato rapito, le “volanti” stanno convergendo sul posto, s’incrocia il suono delle sirene. Ma la “132” con Moro sta già correndo in piazza Monte Gaudio, è in largo Cervinia, arriva in via Trionfale, poi si lancia dentro la scorciatoia individuata da Morucci in via Belli, tranciando la catenella di chiusura per deviare dal percorso naturale, sbucare da un’altra parte. Stop di un attimo in via Massimi dov’è pronto in attesa Raimondo Etro per raccogliere le armi a canna lunga che ingombrano la fuga e farle sparire, poi il primo trasbordo in piazza Madonna del Cenacolo. Qui un furgone “850” bianco è stato appena portato da Morucci davanti al muro dell’istituto Don Orione. La “132” targata Roma P79560 lo affianca. Moro viene fatto scendere ricoperto da un plaid e con gli occhiali neri da saldatore, in modo che non veda nulla.

Lo fanno rannicchiare dentro una cassa di legno traforata, lunga 120 centimetri ma larga solo 80, che Germano Maccari si era fatta costruire da un falegname, con due maniglie e la serratura con la chiave, dicendogli che serviva per una spedizione, e che aveva ritirato con Laura Braghetti due giorni prima del sequestro, per consegnarla a Morucci in un incontro nel quartiere di Monteverde. I brigatisti fecero le prove, accovacciandosi all’interno. Adesso, dietro le porte sbarrate del furgone, in quella cassa viaggiava un uomo, catturato perché leader politico, trasformato in ostaggio. Con Moro, era chiuso a chiave in quella gabbia di legno anche l’ultimo capitolo della Prima Repubblica.

Moretti guida il furgone, munito di sirena per ogni emergenza, la “Dyane” di Morucci e Seghetti fa l’accompagnamento, per vedetta e copertura. Per 10 chilometri, attraverso una città sottosopra che sta impazzendo per lo choc dell’agguato, della strage e del sequestro, il prigioniero e l’uomo che lo ucciderà sono soli nell'”850″, uno con la paura di quel che ha appena fatto, l’altro con l’angoscia di quel che deve ancora accadere. Moretti guida con prudenza, nel timore di essere fermato e scoperto, Moro bendato e rinchiuso affonda nel buio senza risposte del sequestro. C’è un secondo passaggio, nel parcheggio sotterraneo della “Standa” di via Newton. Qui la cassa viene trasportata sulla “Citroen Ami” familiare di Laura Braghetti e parte per l’ultima tappa della vita di Moro, in via Montalcini.

La moglie di Aldo Moro, Eleonora, arriva in via Fani poco dopo il rapimento del marito e l’uccisione dei componenti della sua scorta

E qui, affiorano i dubbi, nascono le domande, crescono le dietrologie. Il racconto dei terroristi e il memoriale di Morucci sono diventati realtà processuale, ma molti punti oscuri rimangono, raccolti dal fratello di Moro, Alfredo Carlo, magistrato, rilanciati dall’ultima commissione parlamentare d’inchiesta, quarant’anni dopo: come mai quei due trasbordi dell’ostaggio avvengono in luoghi così pubblici? Chi erano i due sulla moto Honda subito dopo l’agguato? E cosa faceva in via Fani il colonnello del Sismi Camillo Guglielmi? L’operazione militare non è troppo complessa per un commando di soli quattro uomini? I legami accertati tra il bar Olivetti (dietro la cui siepe si nascondono i killer) la ‘ndrangheta e il traffico d’armi si incrociano in qualche modo con il sequestro? C’è un collegamento operativo tra le Br e la Raf, l’organizzazione terroristica che in Germania aveva appena rapito – sei mesi prima – il presidente della Confindustria tedesca, Martin Schleyer? E ancora, gli avvertimenti internazionali che Moro ha ricevuto per la sua politica di apertura al pci, denunciati dalla moglie e dai suoi collaboratori, che peso hanno in quel marzo 1978? Infine: possibile che non ci sia stata una prigione di passaggio, vicina a via Fani, magari “con carattere di extraterritorialità”, come ipotizzò il questore di Roma De Francesco? L’appartamento al numero 8 di via Montalcini, interno 1, è davvero l’unico carcere di Moro per tutti i 55 giorni?

I dubbi durano da quarant’anni. “Il fantasma dii mio padre è prigioniero di due pregiudizi – dice oggi Giovanni Moro -: la dietrologia, per cui tutto quel che appare non è vero ed è vero solo quel che non appare, e il revisionismo, per cui tutto è chiaro, anche ciò che non spiega nulla”. Ma a via Fani, in quel primo momento, non funzionano nemmeno i telefoni, tutta la zona non può comunicare per un black out, la Sip non si spiega quel che succede, il sostituto procuratore Infelisi che arriva sul posto parla di “sabotaggio”. Ma qualcuno ha fatto in tempo  a portare la notizia nella parrocchia di San Francesco. Quirino Di Santo, il parroco, avverte Eleonora Moro, che è nella sala del catechismo. A piedi, da sola, la moglie di Moro arriva in via Fani, vede l’auto blu, i corpi insanguinati di Leonardi e di Ricci, i due cadaveri di Zizzi e Rivera rovesciati sull'”Alfetta”, un prete che congiunge le mani davanti al corpo di Raffaele Iozzino coperto dai fogli di giornale, china il capo in una preghiera, poi fa il segno della croce nell’aria che sa di piombo, di polvere da sparo, di sangue.

Sono le 10,15. I brigatisti che erano venuti da fuori per l'”operazione Fritz”, Bonisoli e Fiore, sono già alla stazione, dove aspettano il primo treno per tornare nelle loro basi, a Milano e a Torino. Mentre tutta Roma è risucchiata in via Fani, dall’altra parte della città l’auto con il prigioniero chiuso nella cassa, bendato, ha già svoltato in via Montalcini. Maccari che vigilava all’angolo sale a bordo, Gallinari segue a piedi, Moretti sta già infilando la rampa per scendere nel garage dove tutto finirà, tra 55 giorni. Ma adesso, per Moro si è appena aperta la porta della prigione.