Che i dipendenti del Comune di Venezia siano superiori alla media del Paese (circa 12 su mille rispetto a circa 7 su mille della media nazionale e tralasciando per semplificazione i dipendenti delle aziende di servizi pubblici – Actv e Veritas in testa) è cosa risaputa. Come è anche noto che l’esclusiva composizione del territorio di Venezia, sia sotto il profilo geografico che socio-economico forse giustifica – in parte – il posizionamento sopra la media.

È quindi di attualità il tema di una necessaria reingegnerizzazione della macchina comunale.

Una riorganizzazione, in realtà, è già nei progetti dell’Amministrazione. Prevede la riduzione di un numero consistente di posizioni organizzative e un certo grado di rotazione dei dirigenti.

L’approccio verso i propri dipendenti da parte del sindaco, però, non è stato dei più amichevoli. Un metodo sicuramente non adeguato a chi di mestiere fa l’imprenditore, e soprattutto se lo fa nel campo della fornitura di lavoro.

Motivare la propria squadra, nel lavoro è essenziale, per quanto difficile. Motivare una squadra in un ambito lavorativo nella Pubblica Amministrazione è 10 volte più difficile. Non è tanto la sicurezza del mantenimento del proprio posto di lavoro che contribuisce a far perdere iniziativa, ma sicuramente la mancanza di una guida politica credibile. Questo è ancor più vero nel caso degli enti locali e soprattutto dei comuni, in cui la distanza tra personale e amministrazione è ridotta al minimo. Non avranno fatto sicuramente bene al dipendente comunale gli epiteti del sindaco che richiamavano a “feste ormai finite” (La Nuova Venezia 14 luglio 2016),  e moniti a chi, secondo lui, non avrebbe mai fatto niente nella propria vita rivolte ad un rappresentante RSU lanciati nel consiglio comunale del 14 luglio. Anche il dipendente comunale più legato al proprio lavoro, di fronte a tale dimostrazione di sfiducia, vacilla nella sua fede verso il servizio pubblico. E sarà sempre più difficile recuperarla.

Venezia ha bisogno come il pane di una seria riorganizzazione della propria macchina amministrativa, ma sarà molto difficile realizzarla senza il contributo dei dipendenti stessi e dei loro rappresentanti, RSU in testa.

Non sarà sufficiente, cioè, un semplice foglio excel da utilizzare per spostare le risorse da un settore all’altro. Servirà formazione e affiancamento e rispetto delle norme sul lavoro, che non si può negare che siano più garantiste nel lavoro pubblico che nel privato, nonostante l’ormai assodata equiparazione dei due livelli. Norme che comunque non si può fingere che non esistano e che vanno rispettate e che riguardano tutele sui trasferimenti, rispetto delle piante organiche, correttezza nelle relazioni sindacali.

Ecco, il timore è proprio questo: che ci si trovi di fronte all’ennesima campagna contro il lavoro pubblico per mascherare le proprie inefficienze politiche, la propria incapacità di gestire una situazione amministrativa e anche di ordine pubblico difficile. Mascherare le proprie inefficienze con quelle altrui, cioè.

Ciò che è da fare è convocare immediatamente le parti sociali coinvolte. No, certamente non siamo dei nostalgici del consociativismo, ma un certo grado di coinvolgimento sindacale anche dal punto di vista tecnico è assolutamente indispensabile.

Un processo lungo, da realizzare entro il mandato. Questo farebbe un’amministrazione corretta, non demagogica e consapevole degli errori passato e del futuro da ricostruire. Questo farebbe un’amministrazione di sinistra. Per questo non mi aspetto grandi risultati da quest’amministrazione.

Fabrizio Francescone